- La questione non è
più rinviabile! - La frase gli risuonava nella testa.
Fino a ieri era
appena inquietudine, il solo disagio che aveva permesso a se stesso. Ora
diventava un tormento, come quello di chi sa di essere giunto, alla fine,
a dovere dar conto, a fare una scelta. Per la prima volta si trovò a
pensare a suo padre:
- Che il ricordo
delle sue parole possa riecheggiare per sempre nelle orecchie di coloro
che gli furono amici -
E' strano, si disse,
in tanti anni non gli era mai capitato. Si vergognò della domanda che
gli affiorò sulle labbra:
- Tu cosa avresti
fatto?
Si affacciò al
balcone, dal lato dei palmizi. La calda nottata era mitigata dal vento che
scendeva dalla collina. Continuava ancora a stupirsi del miracolo che
sempre si avverava. Gli architetti di suo padre erano stati grandi già nel
solo concepire l'idea di un simile progetto. Di tutti i prodigi del
giardino, la collina delle
myricariae
era certamente il più grande. In tutte le stagioni ed in qualunque ora del
giorno e della notte, un leggero, profumato, palpabile soffio di vento
scendeva dalla collina. A corte si sussurrava che persino le tombe della
prima dinastia fossero state spostate per far spazio al progetto. Ancora
bambino, sentiva spesso raccontare le storie del miracolo del vento. Erano
bastati pochi anni e già si era persa ogni memoria della mole di lavori
che si erano resi necessari per realizzare il progetto. Il fascino, il
mistero, la maestosità di quel luogo appartenevano già al mito. Come ci
fosse sempre stato, come se il vento non avesse, un giorno preciso,
iniziato a soffiare.
Suo padre, questo lo
ricordava bene, non frequentava volentieri quell'ala del palazzo, forse
perché troppo lontana dall'harem, strada che invece conosceva bene. Una
volta, ancora bambino, gli capitò di ascoltare, proprio dalla voce di suo
padre, il vero motivo per cui evitava la terrazza. Era per via di quei
fiori, che riteneva maledetti. Da quando aveva saputo che le piante
producevano fiori ermafroditi, aveva costruito ogni scusa per non
frequentare quella parte del palazzo.
Per lui, invece, era
stato diverso. Per lui, per suo fratello e per le sue sorelle, la terrazza
era stata lo spazio dei giochi, delle corse a perdifiato. Le sue sorelle.
Appena cresciute le portarono via. Le aveva riviste una sola volta, il
giorno dell’ insediamento. Inchinate al suo passaggio, il volto velato, le
tuniche di seta arricchite dai segni del rango.
Rimasto solo aveva
preferito perdersi in quelle stanze sino a percepire il respiro del luogo,
avvertendone la suggestione ancor prima di possederlo. Decise di farne il
proprio spazio privato. Ora, a pensarci, forse era stato il primo ordine
che aveva impartito.
I dignitari, che per
tutto il giorno si erano affaccendati su e giù dalla cancelleria per i
dispacci e gli ordini, finalmente erano andati via.
Il vento della
collina delle myricariae poteva fare il suo lavoro. E lo fece.
In pochi minuti le
idee divennero chiare. L'orizzonte sgombrò sino in fondo allo stagno
dell'alba plenissima.
La
nuvola gialla prese a galleggiare, disperdendosi per lasciare spazio allo
sguardo.
Decise di
abbandonarsi alla brezza leggera. Non voleva lasciarsi sfuggire quell’attimo,
certo com’era, dopo tanti anni, di saper dosare i momenti dell’oblio,
continuando a stare in piedi sull’orlo della terrazza.
Ormai la strada era
chiara, la questione sarebbe stata affrontata, questa volta a modo suo.
Non c’era spazio per
servitori e mezzani in quella parte del palazzo. Solo il corpo di guardia,
i fedelissimi giannizzeri
di Aner Mistuki,
potevano metter piede oltre la grande scalinata che portava alle stanze.
Neppure i suoi preferiti erano mai giunti oltre le tende che avvolgevano
il primo colonnato. Nessuno poteva entrare nel suo spazio privato. Si
accorse di non sapere come fare a chiamare Mistuki. Certo, poteva
scendere, come faceva da bambino, dal lato della fontana, ma sarebbe
apparso seminudo al primo servitore che avesse incontrato. Non c’era tempo
da perdere. Aveva imparato che i sussurri della collina dovevano essere
afferrati al volo, prima che il vento li confondesse con i vapori del
lago.
Si mise a correre per
quanto le deboli gambe consentissero, con il capo scoperto, deciso a
buttare giù dal letto l’intera guarnigione.
Mistuki non ci voleva
credere. Il Sultano, in persona, lo chiamava. Pensò subito al peggio,
chiedendosi stupito cosa avesse potuto disturbare a tal punto il suo
signore da farlo arrivare, senza che nessuno lo avesse avvertito, sino ai
suoi alloggi. Si alzò barcollando, confuso, afferrò il pugnale e lo
infilò nella cintola. Null’altro gli serviva per rispondere ai voleri del
suo padrone. Uscì dall’alcova e se lo trovò di fronte, fece appena in
tempo a chinarsi che già sentì dire:
- Cerca Ahmed Ghedük,
che
venga subito. E tu con lui. In
biblioteca.
Quando Mistuki
chiamava non c’era tempo per porsi domande.
Ahmed Ghedük, avvolto
nei fumi della stanza, appariva ancora più nero. Piccolo di statura, ormai
cieco da un occhio. Una profonda cicatrice gli segnava tutto il lato
sinistro della faccia. Era il solo ricordo, di tante battaglie, che non
amava esibire. La barba ispida si allungava, dritta ed incolta, oltre il
mento. Avvolse i radi capelli arruffati nel turbante, lasciando
svolazzante l’ultimo lembo, a coprire la cicatrice.
Mistuki lo squadrò,
osservando con attenzione ogni parte della cintura. Bastò un gesto, appena
accennato col dito, per fargli capire che doveva liberarsi del pugnale che
si portava persino a letto. Nessuno poteva arrivare armato al cospetto del
Sultano.
Solo allora Mistuki
sorrise sornione.
Pessimo segno, pensò
Ahmed Ghedük .
- Andiamo, il Sultano
ti chiama. Ci aspetta in biblioteca.
Attraversarono, senza
parlare, il patio del giardino d’inverno, anche se quella non era la
strada più rapida per raggiungere la biblioteca. Stava per chiedere
ragione di quel percorso quando Mistuki si fermò. Si guardò attorno e,
infilata la mano dietro una pesante tenda di broccato rosso, gli fece
segno di passare. Esitò un attimo, solo il tempo di vedere che dietro la
tenda si apriva un varco. Strano, non aveva mai notato la presenza di
quella apertura. Non era una porta, era una sorta di frattura nel marmo
levigato che ricopriva le pareti. Entrò nella penombra di un cunicolo che
adesso Mistuki illuminava con una torcia. Non riuscì a capire come
l’apertura si fosse richiusa, con un sibilo, senza alcuno scossone. Ecco
un altro dei tanti passaggi segreti che attraversano le viscere del
palazzo, pensò tra se. Certo la questione per la quale era stato convocato
doveva essere urgente se Mistuki aveva deciso di abbreviare il percorso,
svelando uno dei passaggi che lui solo conosceva.
Il pavimento
degradava, lentamente, man mano che si progrediva, l’odore di chiuso
penetrava le narici, l’umidità delle pareti, appena sfiorate, si attaccava
ai vestiti. Non seppe spiegare, in seguito, quanto spazio avesse percorso
in quel budello. Eppure la sua lunga esperienza di battaglie in ogni
angolo dell’impero lo aveva soccorso anche questa volta. Contava i passi,
cadenzandoli, uno dopo l’altro, scegliendo con cura la stessa misura.
Mistuki se ne accorse e di nuovo sorrise. Vecchi trucchi di soldato ma non
c’era tempo per fargli perdere il conto, come avrebbe fatto in altra
circostanza. Solo alla fine del percorso Mistuki tornò sospettoso come
sempre. Lo fece girare di spalle mentre armeggiava per aprire il passaggio
segreto. Di nuovo un sibilo e nessuno scossone, superati i tendaggi la
biblioteca si apriva di fronte a loro.
Il Sultano era
seduto, o meglio, era sdraiato su una montagna di cuscini di seta d’oro e
broccati di ogni colore. Le gambe esili tradivano le caviglie ingrossate
per la malattia. Solo gli occhi reggevano la fierezza dello sguardo,
tipico dei sovrani della casa di Osman. Una pergamena, tenuta ferma agli
angoli da pile di volumi, ricopriva gran parte del tavolo basso che aveva
di fronte.
Ahmed Ghedük si
inchinò in attesa di conoscere il motivo della chiamata.
- Con quale nome hai
detto che passerò alla storia? - chiese il Sultano.
Ahmed Ghedük
si sentì gelare la schiena
ancora ricurva. Che senso aveva quella domanda? A quale sua avventata
dichiarazione poteva fare riferimento?
Fu lo stesso Sultano
a trarlo d’impaccio, quando continuò:
- Il Conquistatore?
Il Magnifico? Il Gran Signore? Lo sai, Mistuki che il mio impero è meno
della metà di quello sul quale governavano i Cesari? E che Dario avrebbe
potuto seguire i confini delle mie terre all’interno delle sue mappe? E
che tutto quello che ho fatto, tutte le terre che ho conquistato, sono
nulla rispetto allo splendore ed alla gloria di Alessandro?
Calò il silenzio, Ahmed Ghedük
non osava sollevare il viso. Non
gli era permesso di parlare sino a che il Sultano non lo avesse fatto
rialzare. Le ginocchia già dolevano ma la paura lo teneva immobile,
inchiodato al pavimento.
Il Sultano indicò a Mistuki una
pergamena che fece porgere a Ahmed Ghedük
- Leggi - gli disse.
Ahmed Ghedük
cominciò a sudare. Come mai
quella richiesta? Non sapeva, il Sultano, che lui era uomo di guerra, il
migliore tra i suoi capitani e che non aveva mai imparato a leggere e
tanto meno a scrivere? Afferrò la pergamena e cominciò a guardarla. Non
poteva ancora parlare. Osservava i segni tracciati cercando di decifrare
le poche lettere che riusciva a scorgere. Non c’era molto di scritto, era
un’altra mappa. Posò lo sguardo su una linea di monti, per cercare un
punto conosciuto, pensando alle aride steppe dell’Asia.
- Alzati, porta la
mappa sotto questa luce.
Si alzò continuando
ad osservare il foglio. Ecco, forse poteva azzardare una risposta. Ma la
domanda era stata precisa. Il Sultano gli chiedeva di leggere.
- Mio Signore, tra
tutte le grazie delle quali mi hai fatto dono non c’è la capacità di
leggere. Ma i miei occhi sanno riconoscere questa linea di costa. I monti
della Valona che si stendono davanti al Golfo di Venezia. E anche senza
saperne leggere il nome, vedo segnate molte delle città che hai
conquistato.
Continuava ad
osservare la mappa. Il Sultano taceva, forse in attesa di qualche sua
ulteriore scoperta.
- Dall’altro lato del
mare si stende la costa dei Greci e questa è Brindisium con la sua
insenatura.
Forse cominciava a
capire. Era tornata l’ora di passare il Canale? E i Veneziani? La guerra
contro la Serenissima era appena finita. Quindici anni di dure battaglie,
migliaia di uomini, inchiodati ai remi, colati a picco con le loro navi.
Aveva assistito alla firma del trattato di pace con la mano serrata sul
pugnale alla cintola.
Davvero il Sultano
gli indicava Venezia? Era giunto il momento di vendicare la morte del fido
Menelik?
- Ordina, mio
Signore!
- Il momento non è
arrivato. Cosa vedi, ancora, in quella pergamena?
Ahmed Ghedük
si avvicinò ancor più alla
lampada. Non notava nulla di particolare oltre i nomi delle città che
intuiva dalla posizione. E poi, quale parte della mappa doveva guardare
meglio? Dalla parte degli infedeli o verso la costa già conquistata? Il
Sultano voleva indicare Valona o la costa di fronte? Allora erano vere le
voci, che gli erano giunte a corte, che da settimane ingenti truppe, con
abbondanza di mezzi, si stavano raccogliendo intorno alla baia di Valona.
Solo allora si accorse che c’era qualcosa d’altro. Era un puntino, appena
accennato. Sollevò la carta e notò che era segnato con un inchiostro che
appariva diverso. Appena un accenno, quasi un graffio sulla pergamena,
come di un unghia che avesse grattato via la scritta.
- Finalmente! - disse
il Sultano.
- Il prigioniero cui
è stata sottratta, prima di essere preso, ha grattato con le unghie
proprio in quel punto, come se volesse cancellare le indicazioni del
luogo. Nessuno ha potuto sapere di più perché l’infedele si è lasciato
morire. Ma la traccia era evidente, il luogo chiaro, il posto facilmente
individuabile. Sono ormai tre anni che la carta è nascosta in questa
stanza. Ho inviato decine di spie per raccogliere informazioni e tutte
hanno raccontato di uno stesso luogo, appena oltre la linea di costa. Ma
c’è voluto tempo, come per te che osservavi la carta senza scorgere un
preciso particolare, per avere l’informazione giusta. Oggi so dove e cosa
cercare. Ti saranno dati uomini e mezzi in abbondanza e riceverai ogni
informazione al momento giusto. Già domani partirai per la Valona. Mistuki
ti raggiungerà con ordini precisi.
Non vi era più nulla da dire. Ahmed
Ghedük
posò la pergamena che aveva
memorizzato, sfiorando il graffio quasi a sentire la forza con la quale si
era tentato di cancellare l’indicazione. Non vi erano nomi, solo un punto,
un puntino sbiadito che sembrava valere molto per il suo Signore. Si
inchinò e senza aggiungere alcuna parola guardò Mistuki che già si era
mosso. Uscirono dalla biblioteca per la porta centrale, ora non c’era
fretta. L’alba già si affacciava all’orizzonte, il palazzo si risvegliava
animandosi di persone e merci giunte da ogni dove.