Capitolo 1

Dove si racconta del Sultano e di una strana mappa

 - La questione non è più rinviabile! - La frase gli risuonava nella testa.

Fino a ieri era appena inquietudine, il solo disagio che aveva permesso a se stesso. Ora diventava un tormento, come quello di chi sa di essere giunto, alla fine, a dovere dar conto, a fare una scelta. Per la prima volta si trovò a pensare a suo padre:

- Che il ricordo delle sue parole possa riecheggiare per sempre nelle orecchie di coloro che gli furono amici -

E' strano, si disse, in tanti anni non gli era mai capitato. Si vergognò della domanda che gli affiorò sulle labbra:

- Tu cosa avresti fatto?

Si affacciò al balcone, dal lato dei palmizi. La calda nottata era mitigata dal vento che scendeva dalla collina. Continuava ancora a stupirsi del miracolo che sempre si avverava. Gli architetti di suo padre erano stati grandi già nel solo concepire l'idea di un simile progetto. Di tutti i prodigi del giardino, la collina delle  myricariae era certamente il più grande. In tutte le stagioni ed in qualunque ora del giorno e della notte, un leggero, profumato, palpabile soffio di vento scendeva dalla collina. A corte si sussurrava che persino le tombe della prima dinastia fossero state spostate per far spazio al progetto. Ancora bambino, sentiva spesso raccontare le storie del miracolo del vento. Erano bastati pochi anni e già si era persa ogni memoria della mole di lavori che si erano resi necessari per realizzare il progetto. Il fascino, il mistero, la maestosità di quel luogo appartenevano già al mito. Come ci fosse sempre stato, come se il vento non avesse, un giorno preciso, iniziato a soffiare.

Suo padre, questo lo ricordava bene, non frequentava volentieri quell'ala del palazzo, forse perché troppo lontana dall'harem, strada che invece conosceva bene. Una volta, ancora bambino, gli capitò di ascoltare, proprio dalla voce di suo padre, il vero motivo per cui evitava la terrazza. Era per via di quei fiori, che riteneva maledetti. Da quando aveva saputo che le piante producevano fiori ermafroditi, aveva costruito ogni scusa per non frequentare quella parte del palazzo.

Per lui, invece, era stato diverso. Per lui, per suo fratello e per le sue sorelle, la terrazza era stata lo spazio dei giochi, delle corse a perdifiato. Le sue sorelle. Appena cresciute le portarono via. Le aveva riviste  una sola volta, il giorno dell’ insediamento. Inchinate al suo passaggio, il volto velato, le tuniche di seta  arricchite dai segni del rango.

Rimasto solo aveva preferito perdersi in quelle stanze sino a percepire il respiro del luogo, avvertendone la suggestione ancor prima di possederlo. Decise di farne il proprio spazio privato. Ora, a pensarci, forse era stato il primo ordine che aveva impartito.

I dignitari, che per tutto il giorno si erano affaccendati su e giù dalla cancelleria per i dispacci e gli ordini, finalmente erano andati via.

Il vento della collina delle myricariae poteva fare il suo lavoro. E lo fece.

In pochi minuti le idee divennero chiare. L'orizzonte sgombrò sino in fondo allo stagno dell'alba plenissima. La nuvola gialla prese a galleggiare, disperdendosi per lasciare spazio allo sguardo.

Decise di abbandonarsi alla brezza leggera. Non voleva lasciarsi sfuggire quell’attimo, certo com’era, dopo tanti anni, di saper dosare i momenti dell’oblio, continuando a stare in piedi sull’orlo della terrazza.

Ormai la strada era chiara, la questione sarebbe stata affrontata, questa volta a modo suo.

Non c’era spazio per servitori e mezzani in quella parte del palazzo. Solo il corpo di guardia, i fedelissimi giannizzeri di Aner Mistuki, potevano metter piede oltre la grande scalinata che portava alle stanze. Neppure i suoi preferiti erano mai giunti oltre le tende che avvolgevano il primo colonnato. Nessuno poteva entrare nel suo spazio privato. Si accorse di non sapere come fare a chiamare Mistuki. Certo, poteva scendere, come faceva da bambino, dal lato della fontana, ma sarebbe apparso seminudo al primo servitore che avesse incontrato. Non c’era tempo da perdere. Aveva imparato che i sussurri della collina dovevano essere afferrati al volo, prima che il vento li confondesse con i vapori del lago.

Si mise a correre per quanto le deboli gambe consentissero, con il capo scoperto, deciso a buttare giù dal letto l’intera guarnigione.

Mistuki non ci voleva credere. Il Sultano, in persona, lo chiamava. Pensò subito al peggio, chiedendosi stupito cosa avesse potuto disturbare a tal punto il suo signore da farlo arrivare, senza che nessuno lo avesse avvertito, sino ai suoi alloggi. Si alzò barcollando, confuso,  afferrò il pugnale e lo infilò nella cintola. Null’altro gli serviva per rispondere ai voleri del suo padrone. Uscì dall’alcova e se lo trovò di fronte, fece appena in tempo a chinarsi che già sentì dire:

- Cerca Ahmed Ghedük, che venga subito. E tu con lui. In biblioteca.

Quando Mistuki chiamava non c’era tempo per porsi domande.

Ahmed Ghedük, avvolto nei fumi della stanza, appariva ancora più nero. Piccolo di statura, ormai cieco da un occhio. Una profonda cicatrice gli segnava tutto il lato sinistro della faccia. Era il solo ricordo, di tante battaglie, che non amava esibire. La barba ispida si allungava, dritta ed incolta, oltre il mento. Avvolse i radi capelli arruffati nel turbante, lasciando svolazzante l’ultimo lembo, a coprire la cicatrice.

Mistuki lo squadrò, osservando con attenzione ogni parte della cintura. Bastò un gesto, appena accennato col dito, per fargli capire che doveva liberarsi del pugnale che si portava persino a letto. Nessuno poteva arrivare armato al cospetto del Sultano.

Solo allora Mistuki sorrise sornione.

Pessimo segno, pensò Ahmed Ghedük .

- Andiamo, il Sultano ti chiama. Ci aspetta in biblioteca.

Attraversarono, senza parlare, il patio del giardino d’inverno, anche se quella non era la strada più rapida per raggiungere la biblioteca. Stava per chiedere ragione di quel percorso quando Mistuki si fermò. Si guardò attorno e, infilata la mano dietro una pesante tenda di broccato rosso, gli fece segno di passare. Esitò un attimo, solo il tempo di vedere che dietro la tenda si apriva un varco. Strano, non aveva mai notato la presenza di quella apertura. Non era una porta, era una sorta di frattura nel marmo levigato che ricopriva le pareti. Entrò nella penombra di un cunicolo che adesso Mistuki illuminava con una torcia. Non riuscì a capire come l’apertura si fosse richiusa, con un sibilo, senza alcuno scossone. Ecco un altro dei tanti passaggi segreti che attraversano le viscere del palazzo, pensò tra se. Certo la questione per la quale era stato convocato doveva essere urgente se Mistuki aveva deciso di abbreviare il percorso, svelando uno dei passaggi che lui solo conosceva.

Il pavimento degradava, lentamente, man mano che si progrediva, l’odore di chiuso penetrava le narici, l’umidità delle pareti, appena sfiorate, si attaccava ai vestiti. Non seppe spiegare, in seguito, quanto spazio avesse percorso in quel budello. Eppure la sua lunga esperienza di battaglie in ogni angolo dell’impero lo aveva soccorso anche questa volta. Contava i passi, cadenzandoli, uno dopo l’altro, scegliendo con cura la stessa misura. Mistuki se ne accorse e di nuovo sorrise. Vecchi trucchi di soldato ma non c’era tempo per fargli perdere il conto, come avrebbe fatto in altra circostanza. Solo alla fine del percorso Mistuki tornò sospettoso come sempre. Lo fece girare di spalle mentre armeggiava per aprire il passaggio segreto. Di nuovo un sibilo e nessuno scossone, superati i tendaggi la biblioteca si apriva di fronte a loro.

Il Sultano era seduto, o meglio, era sdraiato su una montagna di cuscini di seta d’oro e broccati di ogni colore. Le gambe esili tradivano le caviglie ingrossate per la malattia. Solo gli occhi reggevano la fierezza dello sguardo, tipico dei sovrani della casa di Osman. Una pergamena, tenuta ferma agli angoli da pile di volumi, ricopriva gran parte del tavolo basso che aveva di fronte.

Ahmed Ghedük si inchinò in attesa di conoscere il motivo della chiamata.

- Con quale nome hai detto che passerò alla storia? - chiese il Sultano.

Ahmed Ghedük si sentì gelare la schiena ancora ricurva. Che senso aveva quella domanda? A quale sua avventata dichiarazione poteva fare riferimento?

Fu lo stesso Sultano a trarlo d’impaccio, quando continuò:

- Il Conquistatore? Il Magnifico? Il Gran Signore? Lo sai, Mistuki che il mio impero è meno della metà di quello sul quale governavano i Cesari? E che Dario avrebbe potuto seguire i confini delle mie terre all’interno delle sue mappe?  E che tutto quello che ho fatto, tutte le terre che ho conquistato, sono nulla rispetto allo splendore ed alla gloria di Alessandro?

Calò il silenzio, Ahmed Ghedük non osava sollevare il viso. Non gli era permesso di parlare sino a che il Sultano non lo avesse fatto rialzare. Le ginocchia già dolevano ma la paura lo teneva immobile, inchiodato al pavimento.

Il Sultano indicò a Mistuki una pergamena che fece porgere a Ahmed Ghedük

- Leggi - gli disse.

Ahmed Ghedük cominciò a sudare. Come mai quella richiesta? Non sapeva, il Sultano, che lui era uomo di guerra, il migliore tra i suoi capitani e che non aveva mai imparato a leggere e tanto meno a scrivere? Afferrò la pergamena e cominciò a guardarla. Non poteva ancora parlare. Osservava i segni tracciati cercando di decifrare le poche lettere che riusciva a scorgere. Non c’era molto di scritto, era un’altra mappa. Posò lo sguardo su una linea di monti, per cercare un punto conosciuto, pensando alle aride steppe dell’Asia.

- Alzati, porta la mappa sotto questa luce.

Si alzò continuando ad osservare il foglio. Ecco, forse poteva azzardare una risposta. Ma la domanda era stata precisa. Il Sultano gli chiedeva di leggere.

- Mio Signore, tra tutte le grazie delle quali mi hai fatto dono non c’è la capacità di leggere. Ma i miei occhi sanno riconoscere questa linea di costa. I monti della Valona che si stendono davanti al Golfo di Venezia. E anche senza saperne leggere il nome, vedo segnate molte delle città che hai conquistato.

Continuava ad osservare la mappa. Il Sultano taceva, forse in attesa di qualche sua ulteriore scoperta.

- Dall’altro lato del mare si stende la costa dei Greci e questa è Brindisium con la sua insenatura.

Forse cominciava a capire. Era tornata l’ora di passare il Canale? E i Veneziani? La guerra contro la Serenissima era appena finita. Quindici anni di dure battaglie, migliaia di uomini, inchiodati ai remi, colati a picco con le loro navi. Aveva assistito alla firma del trattato di pace con la mano serrata sul pugnale alla cintola.

Davvero il Sultano gli indicava Venezia? Era giunto il momento di vendicare la morte del fido Menelik?

- Ordina, mio Signore!

- Il momento non è arrivato. Cosa vedi, ancora, in quella pergamena?

Ahmed Ghedük si avvicinò ancor più alla lampada. Non notava nulla di particolare oltre i nomi delle città che intuiva dalla posizione. E poi, quale parte della mappa doveva guardare meglio? Dalla parte degli infedeli o verso la costa già conquistata? Il Sultano voleva indicare Valona o la costa di fronte? Allora erano vere le voci, che gli erano giunte a corte, che da settimane ingenti truppe, con abbondanza di mezzi, si stavano raccogliendo intorno alla baia di Valona. Solo allora si accorse che c’era qualcosa d’altro. Era un puntino, appena accennato. Sollevò la carta e notò che era segnato con un inchiostro che appariva diverso. Appena un accenno, quasi un graffio sulla pergamena, come di un unghia che avesse grattato via la scritta.  

- Finalmente! - disse il Sultano.

- Il prigioniero cui è stata sottratta, prima di essere preso, ha grattato con le unghie proprio in quel punto, come se volesse cancellare le indicazioni del luogo. Nessuno ha potuto sapere di più perché l’infedele si è lasciato morire. Ma la traccia era evidente, il luogo chiaro, il posto facilmente individuabile. Sono ormai tre anni che la carta è nascosta in questa stanza. Ho inviato decine di spie per raccogliere informazioni e tutte hanno raccontato di uno stesso luogo, appena oltre la linea di costa. Ma c’è voluto tempo, come per te che osservavi la carta senza scorgere un preciso particolare, per avere l’informazione giusta. Oggi so dove e cosa cercare. Ti saranno dati uomini e mezzi in abbondanza e riceverai ogni informazione al momento giusto. Già domani partirai per la Valona. Mistuki ti raggiungerà con ordini precisi.

Non vi era più nulla da dire. Ahmed Ghedük posò la pergamena che aveva memorizzato, sfiorando il graffio quasi a sentire la forza con la quale si era tentato di cancellare l’indicazione. Non vi erano nomi, solo un punto, un puntino sbiadito che sembrava valere molto per il suo Signore. Si inchinò e senza aggiungere alcuna parola guardò Mistuki che già si era mosso. Uscirono dalla biblioteca per la porta centrale, ora non c’era fretta. L’alba già si affacciava all’orizzonte, il palazzo si risvegliava animandosi di persone e merci giunte da ogni dove.