
di Silvana MARROCCO
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IL CASTELLO E LE MURA DI OTRANTO
Otranto per la sua posizione geografica, da sempre considerata dai dominatori del mondo, il più vicino tragitto per l’Oriente, ancor prima dell’epoca romana, costituì un punto davvero strategico nelle operazioni militari. I Cesari d’Oriente, dopo la divisione dell’impero, fortificarono e abbellirono la città di Otranto che, secondo Cassiodoro, fin dal V secolo aveva un recinto di mura che girava più di undici stadii, tanto da essere chiamata “la rocca delle cento torri”, una delle quali denominata “ la torre del Centauro”; questa, secondo l’affermazione del Galateo, esisteva ancora nel secolo XVI (1). Alla fine della guerra gotica, i Bizantini intensificarono le strutture di difesa della città, proseguendo in varie fasi, fino alle soglie del Mille, ed oltre; cioè fino all’occupazione normanna. Prima, nella lotta contro i Longobardi, poi nell’845 contro i Saraceni che, guidati dal condottiero Saba, saccheggiarono la città distruggendo mura e castello. Il sistema di fortificazione bizantina imitava, anche in Otranto, i canoni dell’età teodosiana e giustinianea, con cenni ai moduli dell’edilizia proto-islamica ( secolo VIII), dove la cerchia muraria era ritmata da torri quadrate con la cittadella, (detta impropriamente castello) , situata nel punto più strategico, cioè verso il mare (2). Durante la dominazione Normanna, Roberto il Guiscardo nel 1081 munì questa città di altre bastite riattandone il castello. Secondo il Maggiulli però, il vero autore delle grandi e solide fortificazioni di Otranto, fu Federico II, il quale comprendendo l’importanza topografica e strategica, nel 1228 fece “riattare la cinta a torri e cortine, con fosso e barbacani e costruire un sontuoso castello”(3). Questa opinione è fondata sulla celebre Bolla di Alessandro IV, datata da Anagni, il 5 settembre 1256, con la quale vengono concessi alla città di Otranto, grazie, privilegi, la ricostruzione delle mura e la manutenzione della flotta cittadina (4). Se un Papa si occupò della difesa di Otranto, insistendo che fossero compiute le necessarie riparazioni da coloro che si erano interessati nel passato, imponendo a continuare gli usi lasciati dagli Svevi, si presume certamente una giurisdizione civile e militare pontificia. Normanni e Svevi dedicarono cura e denaro alle fortificazioni otrantine, ma delle antiche forme medievali è rimasta solo qualche traccia.Ogni generazione, preoccupata dai continui assalti dal mare, si prodigava a ricostruire, rifare ed accrescere le antiche fortificazioni. Osservando attentamente la cinta muraria ed il castello possiamo notare vari strati di muratura di epoche diverse, che si sovrappongono e si compenetrano. Alla muratura a grandi massi di pietre riquadrate di epoca romana, furono sovrapposti altri strati di pietre riquadrate, ma più piccole, delle epoche: greca, normanna e sveva. In seguito, furono sovrapposti altri strati di pietrame grezzo, tipico dell’epoca angioina e successivamente, murature regolari eseguite con tecnica perfetta dai viceré Spagnoli, ciò che si vede oggi delle mura e del castello. Il Galateo, ed altri storici affermano che, nel 1480, anno in cui i Turchi saccheggiarono e occuparono la città di Otranto, le sue fortificazioni consistevano in un castello, ed una cinta turrita, con fossato profondo, ma privo di fiancheggiamento, modello tipico di tutte le città fortificate medievali (5). Questa debole organizzazione e la mancanza nella difesa di grosse artiglierie, permisero infatti, ai Turchi, l’apertura di una larga breccia, attraverso la quale, l’11 agosto del 1480 entrarono nella città saccheggiandola e occupandola per tredici mesi. I Musulmani, durante la loro permanenza ad Otranto, si impegnarono a migliorare e ampliare le fortificazioni al punto che, come riferisce il Galateo, Ferrante I d’Aragona restò “infinitamente meravigliato”. Alcuni scrittori come il Giovio, il Guicciardini, l’Albini e il Belcaire hanno affermato che le opere costruite dai Turchi nella città di Otranto furono “tali da essere considerate modello agli ingegneri di ogni paese”. Il Guglielmotti , ritiene invece, i Turchi di mente rozza e barbara, poco abili e incapaci di costruire dei baluardi moderni, limitando così la loro opera solo “ nell’aver rafforzato la muraglia, cavato … il fosso, slargata la cunetta … acconciata la piattaforma per le artiglierie …” (6). Tra i documenti pubblicati dal Foucard nell’Archivio Storico per le province Napoletane (annoVI) riguardanti la guerra di Otranto del 1480-81 troviamo un brano della lettera di Costanzo Sforza, in data 25 settembre 1480, dove sono descritte, in maniera molto dettagliata e con molti particolari le opere eseguite dai Musulmani nella città di Otranto per migliorare il sistema difensivo. Come possiamo notare, le opinioni degli storici, sono molto in disaccordo, non sappiamo queste opere dei Turchi in che cosa siano consistite, se sono state permanenti, oppure occasionali e improvvisate richieste dallo stato di guerra. Possiamo affermare che le fortificazioni che si vedono oggi sono in parte una ricostruzione posteriore al 1480. Il duca di Calabria, Alfonso d’Aragona, figlio del re Ferrante, liberò Otranto dai Turchi l’8 settembre del 1481 e nei lavori d’assedio si servì dell’opera dell’ingegnere militare Cirio Ciri, (probabilmente giunto ad Otranto nel maggio del 1481), inviatogli dal duca Federico da Urbino, il quale organizzò e eseguì i lavori con grande abilità, costruendo ripari, batterie, trincee d’approccio, mine, macchine (7). Alfonso d’Aragona, secondo d’Ambrosio, dopo aver recuperato la città, si prodigò a rafforzare le mura e riparare il castello, dirigendo personalmente i lavori, affidando poi, alla sua partenza, l’incarico a un nobile napoletano Marcello Arcamone. Essendo però l’incubo dei Turchi sempre incombente, il re Ferrante e Alfonso d’Aragona ritornarono ad Otranto nel 1492 con valenti architetti e ingegneri e dettero così inizio alle nuove opere di fortificazione e di difesa della città che costarono molto tempo e denaro, alle quali prese parte anche il famoso architetto militare Francesco di Giorgio Martini. Nel marzo del 1496 Otranto, insieme a Trani e Brindisi, fu data da Ferdinando II d’Aragona ai Veneziani a garanzia degli aiuti inviati contro la discesa di Carlo VIII. Nel 1509 il marchese della Padula, preside di Terra d’Otranto, ed Alfonso dell’Acaya, preso possesso di quella provincia in nome del Re Cattolico, riscattò le tre città restituendo ai Veneziani la somma mutuata (8). Da una iconografia del secolo XVII (Firenze, Galleria degli Uffizi, numero 4241) il tracciato delle mura di Otranto ha forma poligonale. Dobbiamo attribuire ad Alfonso d’Aragona il lato est e la torre sud-ovest del castello, la torre DUCHESCA (sigla di dubbia interpretazione), la torre IPPOLITA ( in onore di Ippolita Sforza, figlia del duca di Milano e sposa di Alfonso d’Aragona) e la torre e porta della città (esempio dell’architettura militare dell’epoca) che hanno la denominazione ALPHONSINA, (Alfonsina) che si può vedere incisa su una pietra entrando dalla porta a destra, invece, a sinistra si legge:
SIT VIRGO MATER FORTITUDO SIT VIRGO MATER FORTITUDO MEA Sia la Vergine Madre la Fortezza Sia la Vergine Madre la mia Fortezza Sull’arco della porta stessa, in alto, c’era una lapide (ora scomparsa) con la seguente iscrizione: FERDINANDUS REX DIVI ALPHONSI FILIUS DIVI FERDINANDI NEPOS ARAGONIUS PORTAS MUROS AC TURRES POST RECPTUM A TURCIS OPPIDUM SUO REG. STIPENDIO E FUNDAMENTIS FACIENDUM CURAVIT
Traduzione: Re Ferdinando, aragonese, figlio del divino Alfonso, nipote del divino Ferdinando, riconquista la Città dai Turchi, fece innalzare con il suo regio stipendio le porte, le mura, le torri. L’opera degli Aragonesi è testimoniata anche nel tracciato delle mura di Otranto, eccetto però alcune parti: verso sud-est dove si trova il Fortino a forma di bastione, adiacente al fossato del castello, opera di cattiva struttura eseguita agli inizi dell’ottocento dalle truppe napoleoniche (9). Tuttavia nelle zone dove è situata la torre Alfonsina e la porta omonima, il sistema difensivo aragonese è stato in parte demolito per costruire una strada ed un piazzale sulla spiaggia. Il castello di Otranto , così come lo vediamo oggi, è opera dei viceré spagnoli, del periodo aragonese sono rimasti solo alcuni tratti delle cortine e una torre nell’angolo sud-ovest, come detto sopra. La sua pianta è di forma pentagonale con tre torri a tre degli angoli, un altro angolo si sviluppa verso il mare con un puntone acuto, alto e tagliente, il quinto angolo non ha né organo di fiancheggiamento, né torre. Sul portone d’ingresso si vede, scolpito in pietra leccese lo stemma di Carlo V, sotto, un secondo piccolo stemma completamente corroso, a fianco del precedente un terzo stemma, probabilmente appartenente a don Pietro di Toledo. Nel 1537 avvenne infatti, in Terra d’Otranto un nuovo sbarco dei Turchi, durante il governo di Carlo V, sotto il viceré Toledo. L’imperatore Solimano II mirava alla conquista del regno di Napoli, e Otranto fu presa di mira per prima. L’ammiraglio ottomano Ariadeno Barbarossa sbarcò in Otranto con 72 galee, un forte esercito e molti cavalli, ma fu costretto da Scipione Di Somma, all’epoca governatore della provincia d’Otranto, a battere ritirata. Successivamente, Toledo licenziò i baroni che avevano collaborato in quel felice fatto d’arme, ma prevedendo un nuovo attacco da parte dell’armata turca, decise di attuare un piano di fortificazione moltiplicando le piazzeforti su tutta la costa del Salento. Fece costruire il castello di Castro, Lecce, Gallipoli, Brindisi ecc. sorvegliando egli stesso i lavori, con architetti ed esperti militari guidati da Giangiacomo dell’Acaja (10). Il fossato circondava a mo’ di semicerchio il castello e le mura di Otranto congiungendosi a nord con il mare, a sud con il tracciato delle fortificazioni. Il Barletti afferma che “tale fossato fosse probabilmente asciutto e che, come era nella logica della struttura generale fosse interrotto dalle mura, che ad ovest si congiungevano col castello…e a nord-est col puntone e la vicina cinta fortificata” (11). L’ingresso del castello si apre al lato rivolto al nord, su una cortina lunga 20 metri, ai cui estremi si innalzano due torri circolari, cinte da un cordone che separa la parte superiore cilindrica, dalla parte inferiore tronco-conica. Le due torri, hanno uguale forma, munite di cannoniere, alcune per il fiancheggiamento, altre battono i terrapieni ed il fossato esterno della cinta. La torre a destra misura 21 metri di diametro e 14 metri di altezza, sulla parete in alto si vede uno stemma scolpito in pietra leccese di Don Pietro Giron, duca di Ossuna, viceré di Napoli dal 1581 al 1586 (12). Una cortina lunga 18 metri, che presenta tratti di epoche diverse collega l’altra torre, più bassa, con diametro di 14 metri a un puntone o spuntone del castello, di ardite proporzioni, che copre per oltre tre quarti un’altra torre medievale di cui si scorge ancora oggi parte della superficie cilindrica. La costruzione del puntone fu affidata agli architetti militari Scipione Campi e Paduan Schiero di Lecce nel 1578, da Filippo II, il Mendoza, preside di Terra d’Otranto. Il piazzale superiore di questa parte del castello ha prospetto munito di cannoniere e merlone, l’altezza è di metri 16, il suo saliente acuto misura 60 gradi e le facce adiacenti circa 39 metri ciascuna. Il puntone, secondo il Barletti “permetteva di aumentare lo sviluppo della linea di fuoco e la creazione di piazzali più vasti per l’installazione di armi più numerose ed efficaci” (13). In cima si vedono incastrati nella parete del muraglione rivolto al nord due stemmi: uno appartiene a don Antonio de Mendoza e l’altro a don Pietro di Toledo uguale a quello situato sul portone d’ingresso del castello. Una muratura con linea spezzata conduce dal puntone alla terza torre dello spigolo a sud-ovest. Questa ha un diametro di 17,40 metri, divisa in tre piani da volte a calotte in càrparo, al centro di ognuna delle quali vi è un foro circolare di comunicazione. Sulle pareti spesse 5 metri si aprono numerose cannoniere. Questa torre per oltre tre quarti di altezza è di epoca aragonese, in seguito è stata sovralzata, possiamo notarlo dai beccatelli o mutuli rimasti senza architrave, infatti la costruzione superiore essendo di epoca più recente ha anche una migliore qualità di pietra. A nord della torre segue una cortina lunga 12 metri che porta alla grande torre a destra del castello. Passando per l’androne d’ingresso di quest’ultimo, si vede nella volta un’apertura stretta e profonda, trasversale, attraverso cui si calava una saracinesca di ferro (14). Il cortile interno, di forma rettangolare presenta sul fondo, una scala scoperta che conduce ad una terrazzina che ruota intorno al cortile, dalla quale si accede nelle stanze del piano superiore. Sulla parete a sinistra possiamo vedere uno stemma nel cui scudo si osserva solo un castello perché il resto è completamente corroso, probabilmente appartiene a Scipione di Somma. Nel cortile vi è una grande cisterna e a sud-ovest presso la terza torre un pozzo d’acqua sorgiva, a destra una cappella dalle volte figurate e un fregiato mausoleo tombale con stemmi , corone e il testo epigrafico:
IACET HIC PUDICITIA EXEMPLUM FORMAE DEA HONESTATIS ARCHHETIPUM (PROH DOLOR!) D. TERESIA DE AZEVEDO HEROUM PROLES HISPANORUM VIAM UNIVERSAE CARNIS INGRESSA VII CALENDAS MARTIAS REPARATAE SALUTIS ANNO MDCCVII CUI DILECTISSIMAE POSUIT LAPIDEM SEPULCRALEM AMANTISSIMUS VIR D.FRANCISCUS DELA SERNA ET MOLINA PROPRIETARIUS HUIUS REGII CASTRI PRAEFECTUS TAM IN TERRAM QUAM IN CAELUM UXOREM SECUTURUS DIGNISSIMAM UT SPERAT DUM SPIRAT
Traduzione: Giace qui, esempio di pudicizia, dea di bellezza, modello di onestà, prole di eroi spagnoli (oh dolore!) D. Teresa De Azevedo che ha intrapreso il viaggio di ogni carne il 23 febbraio nell’anno della ricuperata salvezza 1707, alla quale dilettissima pose (questa) lapide sepolcrale l’amantissimo sposo D. Francesco de la Serna e Molina proprietario, prefetto di questa regia fortezza, che seguirà come in terra così in cielo, la degnissima moglie, come spera, finché vive. Le fortificazioni di Otranto a iniziare dal 1866 subirono una radicale trasformazione, fu abolita la piazzaforte e un grande patrimonio urbanistico si riversò nel demanio. Il comune di Otranto, il 12 aprile 1897, per aprire il passaggio della nuova strada proveniente da Uggiano La Chiesa e Minervino di Lecce ottenne dal demanio la cessione di un tratto delle mura che furono battute e il fossato vicino ripieno. Nel mese di novembre 1989, ebbero inizio i lavori di recupero del sistema fortificato della città di Otranto (ancora in corso), condotti dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali. L’intervento riguardava: alcune opere di consolidamento e restauro murario, scavo dei fossati con eliminazione dei materiali di riporto depositati, sistemazione a verde del fondale con formazione di un percorso di circonvallazione pedonale al livello del fossato, consolidamento e restauro degli antemurali, ponte in legno, completamento dei restauri del castello Aragonese (15).
NOTE
(1) A. DE FERRARIS GALATEO, Liber de situ Iapygiae, Basilea, 1558, pag. 48. (2) A. ANTONACI,, Otranto. Cuore del Salento, Editrice Salentina, Galatina, 1976, pag. 74. (3) L. MAGGIULLI, Otranto – Ricordi, Tipografia Cooperativa, Lecce, 1893, pag. 138. (4) Ibid pag. 335. (5) A. DE FERRARIS GALATEO, Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno 1480, traduzione in volgare da G. Michele Marziano, Napoli, 1612, pag. 5. (6) A. GUGLIELMOTTI, Storia della Marina Pontificia, Le Monnier, Firenze, 1871, Vol. II, pag. 428. (7) G. ALBINO LUCANO, De Bello Hidruntino, in De Gestis Regum Neapolitanorum, ab Aragonia, qui extante libri quatuor,Napoli, 1589, pag. 219. (8) G. Bacile di castiglione, Castelli Pugliesi, Officina Tipografica Romana “Buona Stampa”, Roma, 1927, pag. 228. (9) A. ANTONACI, Otranto. Cuore del Salento, op.cit. pag. 75. (10) AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI OTRANTO, Il Castello e le Mura di Otranto. Progetto di Restauro e Sistemazione, Editrice Slentina, Galatina, 1961, pag. 3. (11) Cfr. A. ANTONACI, Otranto, Grafiche Panìco, Galatina, 1992, pag. 107. (12) G. BACILE DI CASTIGLIONE, Le Mura ed il Castello di Otranto, in “Napoli Nobilissima”, Vol. XIV, Fasc. I e II, 1905, pag. 21. (13) Cfr. A. ANTONACI, Otranto, op.cit pag. 107. (14) G. BACILE DI CASTIGLIONE, Castelli Pugliesi, op.cit. pag. 224. (15) AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI OTRANTO, op.cit pag. 10.
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IL DOMINIO DEGLI SVEVI AD OTRANTO, DOPO LA SCONFITTA NORMANA
Federico Barbarossa, imperatore della Germania guardava con interesse l’Italia meridionale, ma i suoi continui progetti di conquista non si erano mai realizzati1. Tuttavia nel 1186 Federico compì un ultimo atto importante nella sua politica italiana, combinando il matrimonio del proprio figlio Enrico ventenne, con Costanza d’Altavilla, più che trentenne, ereditiera del regno normanno di Sicilia. Così la dinastia degli Svevi si insediava nell’Italia meridionale, pacificamente, non con una guerra, ma con un atto diplomatico: un matrimonio tra membri di case regnanti2. Nel 1169 divenne conte di Lecce ed Ostuni Tancredi, nato da una relazione di Ruggero3, duca di Puglia e da una sorella di Goffredo III, il cui nome a noi è sconosciuto4. Inoltre, Tancredi dispiegò la sua attività svolgendo compiti di maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro nonché di gran connestabile e maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro a partire dal 1176. Egli nel 1190 fu coronato re di Sicilia, in contrapposizione a Enrico VI di Svevia, dal momento che, il cugino Guglielmo II era morto nel novembre del 1189 senza lasciare eredi5. Tancredi fu l’ultimo re normanno prima del passaggio della corona di Sicilia agli svevi. Intanto Enrico VI, forte dei diritti ottenuti dalla moglie Costanza, cercò di impossessarsi del regno con la forza e assediò Napoli, ma a causa di una pestilenza fu costretto a ritornare in Alemagna6. Tancredi morì il 20 febbraio 1194, suo figlio Guglielmo III ereditò la corona di re di Sicilia sotto la reggenza della madre Sibilla. Tuttavia la vedova non riuscì ad assicurare il trono a suo figlio per lungo tempo, perché poco dopo fu costretta a stipulare un accordo negoziato con precise condizioni (accordo di Caltabellotta del novembre 1194) con l’imperatore tedesco: Sibilla ottenne per suo figlio, in cambio della rinuncia ad ogni diritto sulla corona di Sicilia, la contea di Lecce e il Principato di Taranto7. Tale concessione fu però di breve durata. Infatti, Enrico VI il 29 dicembre 1194, appena quattro giorni dopo la sua cerimonia di incoronazione, (25 dicembre) fece arrestare l’ex famiglia reale insieme a molti baroni. Sibilla insieme alle tre figlie: Alteria, Costanza e Madonia e suo figlio Guglielmo III, l’ultimo erede normanno, furono portati prigionieri in Germania8. Si chiude così la vicenda normanna nel regno di Napoli e Sicilia e se ne apre una nuova: quella sveva. Nel 1165 l’imperatore tedesco venne in Puglia con un numeroso esercito e conquistò una dopo l’altra tutte le città, tra le quali Otranto e Brindisi9, sulle cui piazze furono bruciate vive centinaia di persone, la storia, infatti, ha registrato ampiamente le esecuzioni capitali di Enrico VI contro i suoi avversari. Il 28 settembre 1197 l’imperatore morì improvvisamente a soli 32 anni a Messina, lasciando suo figlio Federico di tre anni, che aveva visto due sole volte la prima dopo la nascita, la seconda al suo battesimo10. Costanza d’Altavilla, dopo la morte del marito, mandò alcuni conti d’Apulia a prendere il bambino a Foligno e lo accolse a Palermo, giusto il tempo necessario per farlo incoronare, ancora in tenera età, re di Sicilia, il 17 maggio 1198, giorno di Pentecoste. Infatti, poco dopo, in quello stesso anno, la madre morì affidando Federico alla protezione del papa Innocenzo III (Lotario dei Conti dei Segni) 11. Marcovaldo di Anweiller, durante la minore età del re, pretendeva di reggere lo stato, ma il papa nel 1199 mandò in Sicilia un potente esercito con il legato Cinzio e gli arcivescovi di Taranto e Napoli esortando il popolo siciliano a resistere e rigettare Marcovaldo, e la stessa esortazione fece in quello stesso anno, alle città di Puglia e Calabria, quindi all’arcivescovo, clero, baroni, soldati e popolo otrantino inviando una lettera circolare12. Nel 1200, il papa insisteva ancora presso il popolo e gli ordinari di Puglia, perché resistessero a Marcovaldo , il quale dopo l’assedio di Palermo era tornato sul continente, e non credessero alla composizione fatta da Gualtiero della Pagliara, vescovo di Troia e arcivescovo di Palermo, cancelliere del regno, con lo stesso Marcovaldo. Dopo la sconfitta di quest’ultimo, nel 1203, l’arcivescovo e il popolo di Otranto, di Brindisi e il vescovo di Gallipoli si ribellarono al conte Gualtiero di Brenna, maestro giustiziere di Puglia e Terra di Lavoro e quindi alla chiesa e al re, violando il giuramento fatto al papa come balio del regno13. Innocenzo III intervenne energicamente per placare la situazione, minacciando l’interdetto sulle città ribelli, inviando una lettera da Anagni, datata 1203 all’arcivescovo e all’abate di S. Andrea in Brindisi, all’arcivescovo e al popolo otrantino e al vescovo e al popolo di Gallipoli. Nello stesso anno il pontefice inviò un’altra lettera agli arcivescovi, vescovi, abati, conti, baroni e cittadini di Puglia e Terra di Lavoro. “… se i Barlettani, i Brindisini, gli Otrantini ed i Gallipolini non avranno eseguito, entro un mese dalla ricevuta del nostro rescritto, il Nostro ordine, voi fratelli arcivescovi e vescovi, denunzierete che le loro terre saranno soggette all’interdetto, e che tutti i principali autori di questa ribellione cadono sotto la sentenza di scomunica, e le sentenze, tanto dell’interdetto che della scomunica, vengono pubblicate solennemente nelle singole domeniche e feste, al suono delle campane e con candele accese, sia nelle chiese cattedrali che in quelle parrocchiali delle vostre città e diocesi […]. Gli arcivescovi, poi, di Brindisi e Otranto […] e il vescovo di Gallipoli, se, come furono causa di tradimento, non si fanno autori di ravvedimento e non si adoperano presso i loro cittadini a che venga eseguito l’apostolico comando e se non si presenteranno personalmente, entro un mese dalla ricezione della presente lettera, al nostro cospetto per ricevere la pena od il premio del loro operato, li dichiarerete scomunicati e farete annunziare la pena, con la suddetta simile solennità, nei luoghi che abbiamo indicati. Dato da Anagni 1203”14. Otranto, come Brindisi e Gallipoli furono costrette ad obbedire al pontefice. Federico II a vent’anni era già re di Sicilia e di Puglia, nel 1212 fu eletto re di Germania e nel 1220 incoronato imperatore, superando le resistenze del papato, che temeva un’eccessiva concentrazione di potere nelle sue mani15. L’imperatore nel 1215 al concilio di Laterano aveva fatto voto di guidare una crociata, aveva rinnovato tale impegno il giorno dell’incoronazione e, in seguito, più volte, spinto dal papa aveva giurato e promesso di recarsi in Terra Santa. Egli aveva sempre rimandato e dilazionato tale impresa, perché occupato a sedare le lotte intestine e a consolidare la sua potenza16, profittando anche della morte di Innocenzo III, avvenuta a Perugia il 16 luglio 1216. Intanto l’imperatore durante la sua permanenza in Puglia, volendo attirare a sé la simpatia e la benevolenza della chiesa otrantina emanò il famoso Diploma del 9 giugno 1219, a petizione dell’arcivescovo Tancredi degli Annibaldi e rinnovò e confermò i privilegi della chiesa posseduti fin dal tempo di Ruggero, con ampie concessioni sulle decime riguardanti frumento, vino, olio e il diritto sui sudditi “tam de Cristiania quam de Ebreis”.A queste concessioni unì il diritto sulle barche, sulla pesca, sul macello e concesse il privilegio del giudizio sui chierici della diocesi, di nominare giudici e notai per gli interessi della chiesa e giudicare gli adulteri accusati. Inoltre, l’imperatore donò estesi latifondi sul territorio Calamuri, i casali di Uggiano (il suo blasone civico rappresenta un’ostia, in memoria di questa donazione imperiale), Quattromacine, Giuggianello, Melpignano e Miggiano; donò ancora moltissime chiese tra le quali: la chiesa di S. Pietro dei Canali e la chiesa di San Nicola con gli uomini e territori annessi. Il Diploma datato da Norimberga, fu redatto da Corrado vescovo di Spira, cancelliere imperiale e riconosciuto da Goffredo, arcivescovo di Magonza, famoso gran cancelliere di tutta la Germania17. La prima moglie di Federico II, Costanza d’Aragona, morì nel 1222, l’imperatore nel novembre del 1225, passò a nuove nozze con Isabella, figlia di Giovanni di Brienne e Maria di Monferrato18; per dote ebbe fra le altre cose anche il titolo e le ragioni del regno di Gerusalemme19. Federico ottenuta ormai la corona imperiale continuò sempre ad eludere le promesse fatte ad Innocenzo III e il gioco gli fu anche relativamente facile, finché sulla cattedra di Pietro sedette il mite Onorio III, il cardinale Cencio Savelli, il quale era stato suo aio e tutore durante la minore età. Il comportamento dell’abile svevo nei riguardi della chiesa, specialmente la spedizione della crociata, promessa e mai effettuata, veniva biasimato nell’ambiente della curia romana, dove si vociferava che egli offendeva la chiesa. Federico nel 1219 scrisse una lettera al papa difendendosi da tali accuse, specialmente da quella di intromissione alla elezione dei vescovi, ricordando di aver interceduto solo a favore di Nicola eletto canonicamente arcivescovo di Taranto20. Onorio III, in seguito, inviò una lettera datata da “Veroli 24 aprile 1222, agli arcivescovi [Peregrino] di Brindisi e [Tancredo] di Otranto e ai vescovi di Melfi…e di Bitonto”. Affidò loro il mandato di vigilare sul “carissimo in Cristo figlio F[redericus], imperatore sempre augusto, dei Romani e re di Sicilia”, e se l’imperatore durante il soggiorno in Puglia avesse da sollevare delle obbiezioni contro qualche persona che si voleva eleggere vescovo, tali obbiezioni dovevano essere esaminate dai suddetti vescovi insieme all’Ordinario dell’Eletto21. Nel 1227 morto Onorio III, ascese al pontificato con il nome di Gregorio IX, il cardinale Ugo da Ostia, inizialmente sostenitore di Federico, cioè, prima ancora che fosse colpito negativamente della sua politica autoritaria tendente a sganciarsi dai vincoli ecclesiastici. Il papa conoscendo bene i lamenti che si facevano nella curia romana contro Federico e il triste spettacolo che questi dava nell’evadere gli obblighi assunti, cercò di risolvere la questione ordinando all’imperatore che la partenza della crociata non poteva essere più rinviata oltre la data stabilita nel trattato di San Germano e cioè l’estate del 122722. L’imperatore messo alle strette accettò l’ultimatum e decise di partire per la Terra Santa. Nel mese di agosto l’imperatore con l’imperatrice, sua consorte, si recarono ad Otranto; la sposa soggiornò in questa città e Federico andò a Brindisi dove era radunato l’esercito dei crocesegnati, con l’intento di salpare per l’oriente23. Purtroppo, alla metà di agosto scoppiò, proprio in questa città, una terribile epidemia che portò via crociati a schiere, mentre decine di migliaia di persone fuggirono dagli accampamenti appestati e si sparsero per la penisola. Nessuno era responsabile di tanto flagello. L’affollarsi di migliaia di pellegrini non avvezzi al clima, ai cibi, al modo di vita del sud basta a spiegare l’insorgere della pestilenza24. La Cronaca di Riccardo di San Germano afferma: “Imperator cum imperatrice consorte sua mense Augustu Ydrontum uadit, ubi relicta imperatrice consorte sua, inde uadit Brundusium, ubi totus conuenerat cruce signatorum exercitus, et ubi omnia uascella ad transfretandum facerat congregari”23. In agosto scoppiò a Brindisi una terribile epidemia che portò via crociati a schiere, mentre decine di migliaia di persone fuggirono dagli accampamenti appestati e si sparsero per la penisola. Nessuno era responsabile di tanto flagello. L’affollarsi di migliaia di pellegrini non avvezzi al clima, ai cibi, al modo di vita del sud basta a spiegare l’insorgere della pestilenza24. Sempre Riccardo di San Germano dice: “Interea pars cruce signatorum non modica in Apulia, superueniente infirmitate, cecidit per mortis occasum. Imperator tamen cum lancrauio et reliquis cruce signatis se parat ad transitum, ita quod in die natiuitatis beate Virginia a Brundisio transfretans uenit Ydrontum, et spm facies hiis quos premiserat de transitu suo, morari apud Imperator, sicut disposuerat, superueniente negritudine non transiuit”25. Migliorate le sue condizioni di salute, Federico fece ritorno a Brindisi e partì alla testa di una buona flotta; dopo tre giorni di navigazione, accorgendosi di non poter proseguire, tornò ad Otranto26. Gregorio IX non accolse molto bene la notizia, infatti, rifiutò le scuse del fallimento dell’impresa, inviate dall’imperatore per mezzo di una legazione imperiale e il 29 settembre del 1227 lo scomunicò, con la motivazione di aver “abbandonato l’esercito cristiano per tornare alle consuete dissolutezze”27. Il papa interdisse anche i luoghi in cui egli avesse fissata la residenza, minacciando di privarlo dell’impero e di liberare i sudditi dal giuramento, se avesse continuato a danneggiare la chiesa e a perseguitare gli ecclesiastici, i pupilli, le vedove e i nobili28. Federico con poche forze il 28 giugno 1228 ripartì per la Terra Santa29, ma il modo con cui condusse la crociata si rivelò quanto mai nuovo e inaspettato. Egli, infatti, appena sbarcato ad Acri, inviò al sultano Ayyubita d’Egitto, al-Kamil, col quale aveva precedentemente stretto relazioni amichevoli, il proprio vicario in Terra Santa, Tommaso, conte di Acerra, insieme a Balian, signore di Sidone, i quali portarono doni preziosi e “furono accolti a grandissimo onore”30. Dopo circa sei mesi di relazioni diplomatiche, il 24 febbraio 1229, fu firmata una tregua di dieci anni, con la quale venne stabilito che Federico sarebbe entrato in possesso della città di Gerusalemme, di Nazareth e Betlemme, degli altri villaggi sulla via d’Acri e di Giaffa, e inoltre del territorio di Thoron e della città di Sidone. Fu deciso anche che la Moschea di Umar e la cappella della al-Sakhrah o del Sasso sarebbero state custodite dai musulmani, con il permesso però ai cristiani di visitare quei santuari31. Nella chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, Federico II si incoronò re, per i diritti ottenuti dal matrimonio con Isabella di Brienne. Dobbiamo tener presente che la riconquista della Terra Santa, rappresentava all’epoca, un avvenimento ideale e religioso di enorme importanza, per cui l’atteggiamento dell’imperatore svevo (che fu scomunicato un’altra volta) scatenò un periodo di lotta con il papato, sopita poi qualche anno dopo, nel 1230 con la tregua di San Germano e lo scioglimento della scomunica di Federico. Le relazioni pacifiche non durarono molto tempo tra Gregorio IX e l’imperatore perché questi per tanti altri soprusi commessi, fu scomunicato ancora una volta, la domenica delle palme, nel 1239, e la lotta “raggiunse talora il tono di polemica da una parte e dall’altra”32. A Gregorio IX, morto quasi centenario, il 22 agosto 1241, dopo due anni di sede vacante, il 25 giugno 1243 successe Innocenzo IV (il genovese Sinibaldo dei Fieschi) il quale dopo aver tentato invano vie di accordo, da Lione, dove si era recato per il XIII concilio ecumenico, il 7 luglio 1245 scomunicò di nuovo Federico, nonostante la difesa fatta da Taddeo di Suessa. L’imperatore fu dichiarato decaduto da ogni dignità, i sudditi furono sciolti dal vincolo di fedeltà e contro di lui fu bandita una crociata per tutta l’Europa33. Federico dopo aver tentato un viaggio in Francia, in cerca del papa ritornò nel Mezzogiorno, dove infierì non solo contro i nemici, ma anche contro i suoi fedeli e il 13 dicembre 1250, a soli 56 anni, colpito da tifo, morì a Ferentino, presso Foggia34. L’arcivescovo di Palermo lo confessò e lo assolse dalla scomunica, al letto di morte tra i presenti vi fu anche Giovanni D’Otranto, suo notaio. Innocenzo IV, in seguito, assunse la reggenza in qualità di baliodel regno e cercò di riparare i danni che aveva causato l’imperatore. Il papa, ancora vivente Federico, il 12 settembre 1246, inviò un rescritto “al nobil uomo Riccardo di Marmonte della diocesi di Otranto” con il quale gli restituì il feudo di Laterza, “arbitrariamente usurpato al padre di lui da Federico ex imperatore dei Romani”35. Nel 1247, il pontefice restituì anche il feudo di Girifalco, (presso Vinosa), la casa di Margaritone, in Brindisi e il feudo di Mesagne; il 23 luglio 1247, egli emanò un altro documento datato da Lione, con il quale restituì ad “Enrico di Otranto il casale di Marciano, nella diocesi di Castro, usurpato da Federico II, alla madre di lui Argolina”36. Il Maggiulli dice che Otranto doveva essere una tale città che i dominatori del mondo, non poterono non tenerla d’occhio e fortificarla, tanto più che era ritenuta da essi il più sicuro e vicino tragitto per l’Oriente37. Tuttavia il vero autore delle grandi e solide fortificazioni di Otranto fu proprio Federico II, il quale comprendendo l’importanza topografica e strategica nel 1228 fece riattare la cinta a torri e cortine con fosso e barbacani e costruire un sontuoso castello. Questa opinione è fondata sulla celebre Bolla di Alessandro IV, datata da Anagni, il 5 settembre 125638. L’imperatore nel 1230 si preoccupò anche di restaurare la Torre del Serpe diroccata a causa di un terremoto avvenuto nel 111639. Federico II di Svevia, padre naturale di Manfredi, morì designando per testamento come suo successore all’impero il figlio Corrado IV, nato ad Andria nel 1228 e lasciando il regno al balio Manfredi, nato da una relazione illegittima, probabilmente a Venosa nel 1232; questi fin dal 1247 fu nominato vicario generale della Borgogna e della Lombardia occidentale40. Innocenzo IV, durante il suo pontificato lottò attivamente contro gli svevi e ordinò all’arcivescovo di Bari, Marino, di persuadere i feudatari e le città del regno di Sicilia, perché abbandonassero i figli di Federico, Corrado e Manfredi e tornassero alla fedeltà verso la chiesa. Il papa, infatti, venuto in discordia con Manfredi, il 21 gennaio 1252 donò il principato di Taranto ed Otranto ad Enrico Frangipane41, al cui avo era stato da Costanza e dall’imperatore svevo. Tuttavia Corrado non venne mai in possesso del regno, fu scomunicato insieme a Ezzelino da Romano da Innocenzo IV (di giovedì santo), il 9 aprile 1254 e morì poco dopo a soli ventisei anni, il 21 gennaio dello stesso anno a Lavello, in Lucania, colpito da febbri malariche42; lasciò erede al trono Corradino, ancora fanciullo e designò suo tutore legale il marchese Bertoldo di Hohenburg. Manfredi subentrato al potere dopo la morte di Corrado IV, dopo alcune trattative con il pontefice entrò in discordia e fu scomunicato il 12 settembre 125443. Il principe, dopo aver sconfitto l’esercito papale a Foggia il 2 novembre 1254, approfittando dell’improvvisa morte di Innocenzo IV (7 dicembre 1254) conquistò tutta la Puglia tranne la Terra d’Otranto che “difese accanitamente, ancora per qualche tempo, non tanto la causa della chiesa, quanto le sue autonomie locali”44. Dopo la morte del pontefice la situazione di Manfredi migliorò progressivamente, mentre quella del nuovo papa, Alessandro IV (Rainaldo dei Conti dei Segni, dal 1254-1261) precipitò. Dopo varie trattative il 25 marzo del 1255 il pontefice lanciò un nuova scomunica contro lo svevo, questi però, nello stesso anno sconfisse l’esercito pontificio guidato da Ottaviano degli Ubaldini. Per tutta la durata del regno di Manfredi si accesero numerose rivolte in tutte le città, come attesta lo Jamsilla, un cronista del XII secolo “Oria, Otranto, Mesagne e Lecce ribellas erant”45, infatti, esse accomunate nel destino alla figura di Tommaso d’Oria, furono emblema della resistenza a Manfredi e rimasero fedeli al papa46. Il principe, con audacia e violenza, staccata una parte dell’esercito, del quale facevano parte molti saraceni, nel 1256 conquistò Otranto, dopo aver preso Brindisi, devastata Mesagne ed altri centri del Salento47.Nicolò Jamsilla afferma “Per tal modo fu preso insieme ai compagni, Tommaso d’Oria, ch’era capo della rivolta e dominava nella città di Brindisi; e dopo la qual cattura, essendo tornata la città di Brindisi all’ubbidienza del principe, si ebbero Oria ed Otranto, ch’erano collegate con quella, e come aveanla seguita nella ribellione, così la seguirono nella conversione”48. Alessandro IV nel periodo critico della lotta contro Manfredi, concesse alla città di Otranto privilegi e grazie. Il 5 settembre 1256, il papa spedì in questa città due documenti. Uno indirizzato al podestà della città, Baldovino Vico di Saona, concedendogli per i suoi servigi agli otrantini, il casale di Specchia di Minervino, tenuto prima da Berardo de Luco, “traditore della Chiesa romana”49. L’altro documento, già citato sopra, la Bolla di Alssandro IV, indirizzata al popolo otrantino: “Al popolo della città di Otranto a Noi fedele. Perché l’integrità della vostra fede, la sincerità della devozione e l’inviolabile e ferma costanza Ci sono ben manifeste […]. E’ perciò che Noi, mossi dalle vostre preghiere, approvando e confermando con la Nostra autorità apostolica, la concessione di alcuni casali fatta dal diletto nostro figlio O (Ottaviano degli Ubaldini) cardinale diacono di S. Maria in via lata, allora legato apostolico nel regno di Sicilia, come risulta dalle sue lettere, col tenore delle presenti concediamo che sia permesso a voi d’avere d’ora innanzi al reggimento della vostra città un governatore o console purché fedeli e devoti alla chiesa, e ordiniamo che tutti coloro i quali ai tempi di Guglielmo I e II di famosa ricordanza, ed altra fiata sotto Federico, già imperatore di Sicilia, erano soliti costruire e riparare le torri reali, le cortine (cioè le parti di fortificazione tra un baluardo e l’altro) e i barbacani della vostra città, sien tenuti alla costruzione, ed alla riparazione delle stesse torri, cortine e barbacani, e che anche coloro, i quali in quel tempo ad armare la galea della città davano a voi un certo numero di marinai, siano ora tenuti a prestarli secondo l’uso, e intorno a ciò ubbidiscano e rivolgano il loro pensiero al governatore e al comune della stessa città. Stabiliamo ancora che tutti i baroni ed attuali abitanti del borgo di questa città, i quali tanto nel territorio della su detta città quanto altrove hanno ed occupano casali ed altri feudi avuti da Manfredi, una volta Principe di Taranto e da coloro, i quali a lui si unirono e si uniscono contro la Chiesa romana, s’abbiano come loro proprietà i casali ed i feudi, e d’ora innanzi per questi sino ad una certa misura non siano tenuti a rispondere a nessun altro se non alla Chiesa romana. Inoltre ordiniamo che tutti quelli della vostra città, i quali attaccati al suindicato Manfredi, da figli degeneri presumono combattere la medesima Chiesa e città, ne siano da questa per sempre espulsi, in modo che né essi né i loro figli ed eredi sian mai ammessi ad abitarvi.[…]. Dato in Anagni 5 settembre, II anno del nostro Pontificato. – Papa Alessandro IV”50. Alla fine del 1257 capitolarono Brindisi, Oria ed Otranto e già nel marzo dello stesso anno, appena sette anni dopo il suo ingresso nella vita politica del regno, Manfredi era riuscito a impossessarsi della Sicilia e di tutto il regno superando contrasti con il papato ed opposizioni interne. Audace il flius imperatoris Friderici II51, così amava farsi chiamare prima dell’incoronazione a re di Sicilia, che avvenne l’11 agosto del 1258 nella cattedrale di Palermo, dopo la falsa notizia della morte di Corradino. Alessandro IV morì il 25 maggio 126152 e succedette al trono pontificio Urbano IV53 che, come il suo predecessore e Innocenzo IV, combattè lo svevo e i suoi fautori. Nel luglio del 1263, il pontefice annullò la concessione del regno di Napoli fatta ad Edmondo da Innocenzo IV, perché costui non si impegnava a riconquistare il regno e si rivolse al fratello di Luigi IX di Francia, Carlo d’Angiò. Clemente IV eletto papa nel 1265 riconfermò l’invito e la concessione a Carlo d’Angiò che giunse a Roma con un numeroso esercito, mosse alla conquista del regno, attaccò Manfredi, lo sconfisse e uccise nella battaglia di Benevento nel 126654, mentre la moglie e i figli furono fatti prigionieri nel castello di Trani. Dopo la morte dell’infelice Corradino nel 1268, gli Svevi furono schiacciati completamente dagli Angioni, segnando la fine di una grande dinastia; si apre così una nuova pagina nel panorama storico-culturale dell’Italia. Durante il periodo di Manfredi la storia ha registrato un avvenimento che merita la nostra attenzione: il celebre intervento dei boni homines nel parlamento generale del regno, ordinata da questo monarca nel 1256. Quest’antica istituzione creata sotto il governo di Federico II, con la quale venivano chiamati insieme ai vescovi ed ai baroni due boni homines di ciascuna città, i quali portavano richiami per le leggi che fossero state violate dagli Ufficiali, ed esponevano bisogni dei loro mittenti. Sotto il governo di Manfredi, tra le città del demanio reale che furono convocate direttamente dalla Corona ci fu Otranto, Taranto e Brindisi55. La prima riunione di questo Parlamento popolare, si tenne nel 124156. Dopo la morte di Manfredi, la Chiesa si preoccupò di riparare i numerosi danni derivati alla religione da una lotta lunga e tenace da ambo le parti, e anche se ormai il principe era scomparso, restavano ancora i suoi fautori e coloro che avevano ricevuto dei benefici. Così Clemente IV si impegnò a colpire e punire i vescovi che avevano favorito Manfredi durante il periodo della scomunica. Infatti, il metropolita otrantino Matteo de Palma nel 1267 fu oggetto di inchiesta segreta e accurata da parte del legato pontificio, Rodolfo, vescovo di Albano. L’arcivescovo affermò se nunquam favisse Manfredi praeter quam in locutione, per cui molti restarono ammirati57. Dall’inchiesta risultò che Matteo de Palma aveva obbedito agli ordini dello svevo, specialmente nel conferire benefici ecclesiastici e celebrare i divini uffici. Matteo chiese perdono e ottenne l’assoluzione dalla censura, ma non dall’irregolarità, dalla quale fu dispensato nel 1274, sei anni dopo, con lettera di Gregorio X, il 23 agosto da Lione58. Al tempo della dinastia sveva il Libro59 di Edrisi ed il Compasso60 offrono dati che pur nella loro essenzialità, risultano preziosi per la conoscenza della vita di un centro come Otranto e consentono di ubicare questa città nei flussi di traffico sia marittimi che terrestri61. Infatti, il Libro di re Ruggero afferma: “E’ Otranto città di antiche vestigia, molto popolosa; ha mercati frequentati e vivo commercio”62. Durante il periodo svevo nel territorio di Otranto i prodotti più diffusi erano: i cereali, i legumi, il vino63, ortaggi e verdure; accanto a questi anche i prodotti provenienti dall’allevamento, il lino, prodotti lattiero-caseari e la pesca64. L’epiteto puer Apuliae uno dei molti con il quale i contemporanei designarono l’imperatore svevo forse è quello che più precisamente ne caratterizza l’opera e la personalità. Le principali tappe della vita e delle imprese del re-imperatore ebbero com’è noto il proprio centro d’azione nell’Italia meridionale, allora identificata come l’Apulia e come loro promotore il regale Fanciullo che65 “stupì il mondo per la prodigiosa precocità della sua intelligenza e per l’innata maturità del suo giudizio66”.
NOTE
1 R. COMBA, L’Età medievale, Torino, 1995, pag. 258. 2 G. PICCINNI, I mille anni del Medioevo, Milano, 1999, pag.228. 3 Ruggero, duca di Puglia, il figlio primogenito di Ruggero II, re di Sicilia, che premorrà al padre nel 1149, cfr. C. D.POSO, Il Salento Normanno, Galatina, 1988, pag. 54. 4 Come osserva POSO, il nome di questa sorella di Goffredo III non risulta da nessuna parte nemmeno negli atti di Tancredi, che pur nomina sempre suo padre. C’è chi ha sostenuto che si chiamasse Adele (TH. TOECHE, Kaiser Heinrich VI, Lipzig, 1867, rist. anast. Darmstadt, 1965, pag. 128, chi Marta (P. PALUMBO, Storia di lecce, Lecce, 1909, pag. 46), altri ancora le assegnarono il nome di Bianca, di Beatrice e Sibilla (F. CHALANDON, Histoire de la domination normanne en Italie et en Sicile, vol., II, Paris, 1907, pag. 425, cfr. C. D. POSO, cit., pag. 54, nota 56. 5 F. CHALANDON, cit., pp. 417-427. 6 G. MARCIANO, Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, rist. fotomec., Galatina, 1996, pag.102. 7 C. D. POSO, cit., pag. 61. 8 G. MARCIANO, cit., pag. 103; S. TRAMONTANA, Il Mezzogiorno dai Normanni agli Svevi, in Storia d’Italia, vol. VIII/3, Torino, 1983, pp.514-515. 9 L. MAGGIULLI, Otranto-Ricordi, Lecce, 1893, pag. 37. 10 C. M. GAMBA, Federico II, “Puer Apuliae”in Atti delle Giornate Federiciane, Manduria, 1971, pag. 265. 11 Ibidem, pag. 266. 12 A. ANTONACI, Otranto, Galatina, 1992, pag. 405. 13 D. VENDOLA, Documenti tratti dai Registri Vaticani, (da Innocenzo III a Nicola IV), Introduzione, Trani, 1940, pag. XX. 14 Ibidem, pag. 46, n. 48; traduzione di A. ANTONACI, cfr. A. ANTONACI, cit., pag. 406. 15 R. COMBA, cit., pag. 277. 16 O. DE MARCO, Federico II e l’Oriente, in Atti cit., pag. 244. 17 Diploma di Federico II a favore della Chiesa Arcivescovile di Otranto del 1219, documento estratto dall’Archivio Vaticano e pubblicato da L. MAGGIULLI, cfr. L. MAGGIULLI, cit., pag. 375. 18 O. DE MARCO, cit., pag. 244. 19 G. MARCIANO, cit., pag. 104. 20 D. VENDOLA, cit., pag. XXII. 21 Ibidem, pag.121, n. 134. 22 E. HORST, Federico II di Svevia, Milano, 1994, pag. 136. 23 RYCCARDI DE SANCTO GERMANO, Notarii Cronica, a. 1227, ed C. A. GARUFI, R.R.I.I.S.S., 7,2 (1936-1938), pag. 147. 24 E. KANTOROWICZ, Federico II imperatore, trad. di G. P. COLOMBO, Milano, 1976, pag. 161. 25 RYCCARDI DE SANCTO GERMANO, cit., pag.147. A questo proposito il GARUFI afferma: “E’ noto che il 24 VIII partì da Brindisi la prima spedizione di crociati, seguita il I di settembre dalla seconda e sette giorni dopo dalla terza, mentre l’imperatore s’era fermato a S. Andrea, poco lontano da Brindisi, per proseguire il giorno appresso fino ad Otranto ed imbarcarsi insieme coll’imperatrice. Agli 11 dello stesso mese morì il langravio di Turingia, e di ciò Federico, ancora ammalato, si contristò tanto che decise di rimanere, di affidare il comando di tutta la flotta al duca di Limburgo, ch’era nella prima spedizione, e concedere per la partenza venti navi al patriarca di Gerusalemme”. Cfr. RYCCARDO DE SANCTO GERMANO, cit., pag.147, n. 5, in particolare righi 53-64. 26 A. ANTONACI, cit., pag. 413. 27 E. HORST, cit., pp. 137-138. 28 D. VENDOLA, cit, pag. XXIV e pag. 146, n. 170. 29 O. DE MARCO, cit., pag. 245. 30 M. AMARI, Storia dei Musulmani di Sicilia, Catania, 1938, vol. III-2, pag. 654. 31 Ibidem, pp. 655-656; J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica Friderici Secundi, Parigi, 1852, vol. III, pp. 90-93; G. HEJD, Storia del Commercio del Levante nel Medio Evo, Biblioteca dell’ Economista, Torino, 1913, pp. 422-423. 32 O. BONMANN, Gregorio IX, in “Enciclica Cattolica”, VI, col. 1136. 33 A. ANTONACI, cit., pag.414. 34 D. VENDOLA, cit, pag. XXVI. 35 Ibidem pag. 197, n. 231. 36 Ibidem, pag. 200, n.239-240. 37 L. MAGGIULLI, cit., pag. 138. 38 D. VENDOLA, cit., pp. 262-263, n. 336; traduzione di L. MAGGIULLI, cfr. L. MAGGIULLI, cit., pag. 333. 39 R. CAPRARO, Le torri di avvistamento anticorsare nel paesaggio costiero, in A.A.V.V. La Puglia e il mare, Milano, 1984, pag. 227. 40 P. F. PALUMBO, L’età sveva: i protagonisti in Studi Salentini XIII, (1962) pag. 25. 41 M. CAMERA, Annali delle due Sicilie (1282-1343), Napoli, 1841-60, pag. 242. 42 A. ANTONACI, cit., pag. 415. 43 B. CAPASSO, Historia Diplomatica Regni Siciliane inde ab anno 1250 ad annum 1266, Napoli, 1874, pp. 80-81, n. 164. 44 R. MORGHEN, l’eta degli Svevi in Italia, Palermo, 1974, pag. 157. 45 N. JAMSILLA, Historia de rebus gestis Friderici II imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi Apulia et siciliane regum in Cronisti e scittori sincroni della dominazione normanna nel Regno della Puglia e di Sicilia a cura di G. DEL RE, vol. II, Napoli, 1868, pag. 160. 46 A. ANCORA, Tommaso d’Oria nella lotta tra Manfredi e la Chiesa, in Brundisii res, VI (1974), pp. 213-249; M. FUIANO, Vicende politiche e classi sociali in Puglia dopo la morte di Federico II nelle cronache del cosiddetto N. JAMSILLA e S. MALASPINA in A.S.P., XXX,(1977), pp.165-167. 47 L. MAGGIULLI, cit., pag.43. 48 Ibidem, pag.44. 49 D. VENDOLA, cit., pag. 262, n. 335. 50 Ibidem, pp. 262-263, n.33; traduzione di L. MAGGIULLI, cfr. L. MAGGIULLI, cit., pag.333. 51 S. TRAMONTANA, Il Mezzogiorno dai Normanni agli Svevi, in La Storia vol. II, Torino, 1986, pag.519. 52 B. CAPASSO, cit., pag. 212, n.356. 53 Ibidem, pag. 214, n. 359. 54 G. PICCINNI, cit., pag. 335. 55 C. CANTÙ, Storia degli Italiani, Torino, 1858, pp. 608-631. 56 L. MAGGIULLI, cit., pag. 45. 57 D. VENDOLA cit., pag. 290, n. 367. 58 Ibidem, pag. 300, n.385. 59 M. AMARI e C. SCHIAPARELLI, L’Italia descritta nel “Libro di re Ruggero” compilato da Edrisi, in “Mem. Linc.”, s. II, VIII (1876-77) [1883]. 60 BACCHISIO R. MOTZO, Prefazione a Il compasso da navigare. Opera italiana della metà del secolo XIII, in “Annali della facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Cagliari”, vol. VIII (1947). 61 B. VETERE, Brindisi, Otranto, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno normanno-svevo, Atti delle decime giornate normanno-sveve, Bari, 1993, pag. 428. 62 M. AMARI e C. SCHAPARELLI, cit., pag. 76. 63 J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, cit., Tomo I, parte II, pag. 639. 64 Ibidem, pag. 640. 65 C. M. GAMBA, cit., pag. 259. 66 A. DE STEFANO, Fridericus, Puer Apuliae, in Il Centenario della morte di Federico II, “Archivio Storico Pugliese”, anno IV, fasc. I, 31 marzo 1951, pag. 23.
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OTRANTO NELLA STORIA E NEL TURISMO
Nel corso dei secoli, con il mutare dei tempi e dei dominatori, cambiarono anche le desinenze del suo nome: Hydrus, Hydron, Hydronton, Hidrenton, i latini lo tradussero poi in Hydruntum ed inoltre Otrànto, Otràntu, Utràntu, Utrànto, e infine Otranto1, rappresenta la sintesi della civiltà salentina antica e sempre nuova, è una voce di richiamo per la sua sacralità, per la sua grandezza storica, artistica e turistica. Le sue origini sono remotissime, tra i suoi fondatori si ricordano i nomi di Minosse, Dedalo, Ercole, Japigio, Lizio Idomeneo, i Candioti2, e anche l'Enea Virgiliano, profugo della patria distrutta toccò questa terra bella e ridente. Otranto come molte città del Salento, della Calabria e della Sicilia fece parte della Magna Grecia e fu tra le più cospicue sedi in cui fiorì il commercio con il Levante3. Passata poi, ai Romani, abili conquistatori, questa città, salì a nuova importanza, divenendo luogo di imbarco per le gloriose legioni romane e dei latini diretti in Grecia, Apollonia, Durazzo e Costantinopoli, e venne arricchita di privilegi, statue, strade e fontane. Sotto la dominazione dell'impero Romano, Otranto continuò a tenere la sua zecca, coniò in bronzo l'asse, il semisse, il triente, il quadrante, il sestante, l'oncia, ed in argento i quinari4. Aiutati dalla secolare tradizione, che si perpetua viva nel tempo, molti scrittori locali e stranieri ritengono come verità legittimamente dimostrata il fatto della venuta di S. Pietro in Otranto. A tal riguardo, Arditi afferma: “Ma quel che avvenne di più memorando e portentoso sotto l'impero dei Romani si fu l'approdo di S. Pietro proveniente d'Antiochia nell'anno 43 dell'era cristiana. Come giunse, il Santo Apostolo predicò la legge del Vangelo e vi ebbe dedicata una chiesina e vuolsi stata la prima Cattedrale”5. Il Cantù soggiunge che S. Pietro venendo d'Antiochia approdò a Brindisi, quindi ad Otranto e a Taranto lasciò Vescovo Amasiano6. Anche Scherillo7, Albino8, Ceccaroni9, Ferrari10, Morelli11, il cardinale Cesare Baronio12 e i nostri Arcivescovi Morra13, Orsi14, De Aste15, nelle relazioni delle visite pastorali parlano dello storico avvenimento. Cadde l'impero dei Cesari, e Otranto nel 544 fu assediata dai Goti, guidati dal re Totila, la città resistette e tenne fermo finché nel 546 vennero ad aiutarla i capitani greci Isacco e Giovanni16. Sfrattati i Goti dall'Italia per opera di Belisario e Narsete, nel 552 Otranto rimase in mano ai Bizantini, divenendo la scala principale del commercio per l'Oriente e sede del governo bizantino17. L'imperatore Giustiniano la elevò a capoluogo della regione e divenne residenza dei governatori civili e militari. Il De Ferraris afferma che Otranto per opera dei greci augusti “fu anticamente la rocca; quantunque l'antica città non fosse compresa in troppo ampio circuito. Imperocché io credo, che non eccedesse lo spazio di undici stadii da quel che può congetturarsi prima della guerra dei Turchi; ora è tutta uguagliata al suolo. La città antica era munitissima; il muro com'è fama, era congiunto a cento torri, di alcune mi si mostravano le vistigia, quand'era fanciullo, e l'ultima fino ai nostri tempi serbò il nome di Centenaria”18. Nel 567 Otranto respinse Alboino ed i Longobardi che l’assalirono violentemente. Nell’846 fu assediata barbaramente dai Saraceni guidati dal condottiero Saba, “che dopo averla spogliata di largo bottino, la distrussero demolendo mura e castello”19. Nell’880 ancorò nel suo porto l’imponente flotta dell’imperatore Basilio il Macedone, venuta a scacciare quei barbari, a riconquistare e a restaurare i luoghi sottratti al dominio greco. Nel 1055, questa città, fu battuta e presa dai Normanni per opera di Roberto il Guiscardo20. I Bizantini però nel 1067 rioccuparono Otranto, Brindisi e Taranto scatenando l’ira del Guiscardo che personalmente marciò alla volta della città, dopo aver occupato la piazzaforte di Obbiano, (forse l’attuale Uggiano La Chiesa). Otranto cadde definitivamente nelle mani dei Normanni nel 106921, e così dopo cinque secoli si concluse la dominazione bizantina nell’Italia Meridionale. Ma la Terra d’Otranto continuò ancora a lungo a sentire l’influsso orientale: nella lingua, nella vita quotidiana, nella cultura, nei costumi, nell’arte, nella liturgia. Roberto il Guiscardo, dopo la conquista intuì subito l’importanza strategica e politica che Otranto poteva avere ai fini delle sue imprese e mire espansionistiche, perciò si preoccupò di fortificarla, munendola di altre bastite e riattandone il castello. Proprio in questa città, nel 1080-81, egli preparò la sua spedizione in Oriente contro l’imperatore Alessio I Comneno e da questo porto salpò con la sua flotta22. Successivamente il Guiscardo, a Roma, lottò in aiuto del Papa contro Enrico IV e nel 1085 ritornò ad Otranto, dove si imbarcò per la Grecia, ma la morte lo colse il 17 luglio di quello stesso anno a Cefalonia23, e il suo corpo fu trasportato ad Otanto via mare. Qui i fedeli del duca si resero conto che il cadavere era in stato avanzato di putrefazione e decisero di lasciare il cuore e i visceri del defunto in questa città e il resto del corpo imbalsamato fu traslato a Venosa24. Il 1° agosto 1088, questa città, vide consacrare la sua cattedrale da Roffredo, arcivescovo di Benevento, assistito dall’arcivescovo di Otranto Guglielmo e dagli arcivescovi: Urso di Bari, Alberto di Taranto e Godino di Brindisi. La consacrazione fu resa più solenne per la presenza di Ruggero I duca di Sicilia, fratello del Guiscardo e di Ruggero Borsa, figlio dello stesso Guiscardo. Questo è testimoniato da un documento che si trova nell’Archivio Vaticano, i documenti che erano conservati nella città furono distrutti nel 1480 dai Turchi25. Alla costruzione della cattedrale, probabilmente avvenuta all’inizio degli anni 80, dopo il Mille, sotto il pontificato del Papa Gregorio VII, concorse certamente la generosità di Roberto, che ne vide gli inizi, e dei suoi figli Ruggero e Boemondo. Otranto, obiettivo conteso dai dominatori più accaniti, anello di congiunzione tra Oriente e Occidente, segna nell’arte della superba cattedrale la romanità perenne. La snellezza delle linee architettoniche, la singolare struttura degli archi poggiati su granitiche colonne, la disposizione delle sue simmetriche navate, la cripta ricca di svariate colonne e capitelli, sintesi e somma di diversi elementi stilistici: dal greco, al bizantino, al normanno, attuati in una espressione di aspirazioni ideologiche e spirituali orientati a far sentire la globalità dell’uomo26. Qualcuno ha detto che l’arte è lo specchio fedele di un’epoca e di una civiltà e se questo è vero si può affermare che la storia di Otranto è in gran parte nella sua cattedrale. E poi, quel mosaico pavimentale, eseguito dal prete-artista Pantaleone è un libro di fede, di arte, di vita, un poema musivo, specchio del mondo. L’ingegno di Pantaleone affonda le sue radici nei tre alberi allegorici delle navate che rappresentano la storia del mondo e dell’umanità, e vede nell’albero della vita con il suo bene e con il suo male le convergenze e le divergenze dell’umano operare e pensare27. Secondo alcuni storici, mentre Otranto ospitava nella roccaforte alcuni cavalieri cristiani, che si preparavano a salpare alla volta di Valona, per ricongiungersi poi, agli altri fedeli della prima crociata, nell’aprile del 1097, i monaci Basiliani sbarcavano dall’Oriente per fondare nei dintorni della città l’Abbazia di S. Nicola di Càsole, secondo questa ipotesi il monastero sarebbe sorto per opera dei Normanni, intorno al 109928. Il Rodotà29, i Parlangèli30, il Devreesse31, ed altri storici dicono, che probabilmente il monastero non fu fondato in epoca normanna, nel 1099, ma solo restaurato e riaperto con l’aiuto di Boemondo. Anche se le notizie storiche, a tal riguardo, sono discordanti, un fatto è certo: che S. Nicola di Càsole fu il vero ponte di unione e di transito tra la cultura orientale e quella latina, centro del monachesimo italo-greco, possedeva una grande biblioteca con manoscritti di inestimabile valore, crocevia e sintesi di culture, di fedi e colori diversi, un sapere universale. Gli avvenimenti del 1480 non distrussero completamente l’Abbazia, il suo graduale tramonto è testimoniato dalle relazioni delle visite pastorali degli Arcivescovi Pietro Antonio de Capua32, nella cui relazione del 1537-40 si attesta l’esistenza dell’abate e di un certo numero di monaci e dall’Arcivescovo Lucio Morra33, il quale nella sua relazione del 1607, afferma che i monaci avevano già abbandonato l’Abbazia, la chiesa era intatta, ma alcune aule e la casa monastica erano diroccate, oggi restano solo mura dirupate. Tenendo presente i rapporti documentabili intercorsi tra il papa Gregorio Magno e le diocesi salentine, possiamo notare che già alla fine del VI secolo, questa città era sede vescovile, con un suo vescovo, un suo clero ed un suo popolo. Purtroppo la data precisa non è documentabile per l’incursione dei barbari e specialmente per l’incendio dell’Archivio Arcivescovile avvenuto per opera dei Turchi nel 1480. Tuttavia spigolando tra le carte e i documenti che alcuni studiosi hanno cercato di raccogliere, possiamo dire che Otranto sin dal 431 ebbe come primo vescovo un tal Benedetto, amico di S. Paolino da Nola34. In quanto all’epoca della sua erezione ad arcivescovado, molti dei nostri cronisti affermano che ciò sia avvenuto nel 770 sotto il vescovo Marco, imperando Leone VI Isaurico. Otranto fu elevata a sede metropolitica, nel 968, sotto l’imperatore Niceforo Foca, per opera del patriarca di Costantinopoli Poliuto35, con facoltà di nominare e consacrare oltre i vescovi viciniori anche quelli di Acerenza, Tricarico, Gravina, Matera e Tursi36. Alla fine del XII secolo, Otranto seguiva la sorte di tutte le città del regno di Sicilia, sopportando poco gli ultimi re normanni e avvertiva già il fermento che preannunziava una nuova epoca. Proprio in quel periodo il suo porto svolse un importante traffico con i mercanti pugliesi, veneziani, ebrei, greci, armeni, slavi, i quali attraverso Otranto comunicavano con le repubbliche marinare e Costantinopoli. Installata in queste province nel 1194 la dinastia sveva da Enrico VI, Otranto ospitò a lungo Federico II con la consorte Iolanda di Brienne, giunti in questa città nell’agosto del 1227. Riccardo di San Germano afferma “Nel mese di agosto l’Imperatore con l’Imperatrice sua consorte, venne in Otranto, dove lasciatala, passò in Brindisi dove era radunato l’esercito dei Crocessegnati”37. Un’epidemia costrinse l’imperatore a desistere e il 15 agosto 1227, fece imbarcare le truppe, mentre egli raggiungeva la sposa in Otranto per un breve saluto, accompagnato da langravio d’Assia, marito di S. Elisabetta regina d’Ungheria38. Giunta la flotta in questa città, langravio morì l’11 settembre dello stesso anno, Federico si ammalò rimandando il viaggio in Palestina al prossimo anno39. Riavutosi appena, dalla malattia, l’imperatore fece ritorno a Brindisi, dove partì alla testa di una buona flotta; dopo tre giorni di navigazione, accorgendosi di non poter proseguire, tornò ad Otranto, dove lo raggiunse la scomunica del Papa Gregorio IX il 29 settembre40. Il Pontefice desideroso di vedere attuato il suo disegno di liberazione della Terra Santa e irritato dai continui rinvii di Federico II, aggiunse alla pena spirituale anche la minaccia di privazione dell’impero e dello scioglimento dei sudditi dal giuramento di fedeltà, se egli non fosse partito sollecitamente con i Crocessegnati che erano sulla flotta ancorata a Brindisi e ad Otranto41. Nel giugno del 1228 Federico II sciolse le vele per Soria, dove per tre anni riportò vittorie e trionfi, ed Otranto ricorda con orgoglio la quinta crociata, che riunita nel suo porto partì benedetta dall’arcivescovo Tancredi degli Anibaldi, affezionato a Federico e dal quale aveva ottenuto grazie e amplissimi privilegi per la sua chiesa, questo è confermato dal Diploma di Federico II a favore della chiesa Otrantina del 9 giugno 121942. Il Maggiulli dice che “Otranto doveva essere tale città che i dominatori del mondo, non poterono non tenerla d’occhio e fortificarla, tanto più che era ritenuta da essi come il più sicuro e vicino tragitto per l’Oriente”43. Tuttavia il vero autore delle grandi e solide fortificazioni di Otranto fu Federico II, il quale comprendendo l’importanza topografica e strategica nel 1228 fece riattare la cinta a torri e cortine con fosso e barbacani e costruire un sontuoso castello. Questa opinione è fondata sulla celebre Bolla di Alessandro IV, datata da Anagni, il 5 settembre 125644. L’imperatore nel 1230 si preoccupò anche di restaurare la Torre del Serpe diroccata a causa di un terremoto avvenuto nel 111645. “ La sua campagna pare in Primavera Un giardino dell’Eden, Dal mare la sua riva è un tesoro che scorre. Il suo nome è Otranto. Biasimare non si potrebbe chi l’abita. Se vuoi trascorre la vita serena vai ad abitare là” Così l’ha descritta un nemico, nel XVI secolo, Ibn Kemal, autore della Storie della Casa di Osman46. Cronaca ottomana, dove nel libro VII è narrata (chiaramente in chiave turca) la conquista di Otranto del 1480, avvenuta per opera dei Turchi e la riconquista del 1481 avvenuta per opera delle truppe di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria. Epoca in cui gli Otrantini scrissero con il proprio sangue una pagina di storia, sventando così il disegno di Maometto II di conquistare l’Italia Meridionale. Anche oggi arrivano sulle nostre coste senza rulli di tamburi. Seguono altre rotte, affamati, disperati, vittime della povertà e della violenza. Sbarcano da gommoni o da veloci motoscafi, un’umanità dolente, un’umanità carica della speranza di nuove libertà, di disagi e problemi, portatrice di disagi e problemi. Giovanni Paolo II, sul Colle dei Martiri il 5 ottobre del 1980, ha detto: “Ma una cosa è certa, il canale d’Otranto tutt’altro che separare, unisce”. Otranto, cerniera, porta tra Oriente e Occidente, città simbolo di questa crisi planetaria che vede gruppi consistenti di persone costrette a lasciare il proprio paese. Questa crisi strutturale trasmette alla città una serie di sfide e dilemmi etici, capaci di suscitare sentimenti estremi di solidarietà e di ostilità. In questo scorcio di fine millennio, l’immigrazione ancora una volta appare per Otranto l’occasione di provare la sua vocazione universale. Il comportamento degli Otrantini, e non solo, ma di tutto il Salento, nei confronti dei profughi che sbarcano sulle nostre coste hanno dimostrato e continuano a dimostrare una popolare solidarietà, molto più profonda e sincera di qualsiasi altro gesto obbligato di ospitalità. Sembra quasi che gli avvenimenti, i fatti e gli eventi tragici del passato, ma anche gloriosi, hanno fatto scaturire nel cuore e nella natura di questa gente una istintiva solidarietà, una bontà, una genuinità, una spontaneità intrinseca, connaturale. Nei secoli e nella storia Otranto ha svolto e continua a svolgere una funzione di primo piano: è incontro e sintesi delle diverse civiltà dei popoli. Ogni epoca, ogni popolo, ogni idea di pensiero, ogni tradizione e ogni cultura ha lasciato in questo luogo un segno, una traccia evidente del suo passaggio. In questo meridione carico di problemi, ma anche di progetti, di speranze e di buona volontà, Otranto è stata e continua ad essere il punto di incontro che qualifica la nostra epoca svolgendo così la sua missione verso l’unità sia pur nella diversità. Otranto oggi è caratterizzata dalla sua dimensione turistica, che chiaramente trova la sua base di sviluppo nel dato fisico ambientale, ma anche storico e artistico che dà alla città un’immagine tutta sua. Il territorio di Otranto è oggetto di una scelta turistica orientata verso la realizzazione di strutture programmate scientificamente che rispettano e conservano le caratteristiche peculiari dell’ambiente e del paesaggio, premessa fondamentale della vocazione turistica otrantina. Come sappiamo, un ulteriore azzardato intervento dell’uomo diventerebbe violenza deformante e snaturalizzante. Il turismo da parte della domanda è un fenomeno, da parte dell’offerta è un’attività continuamente mutevole, variabile, fatta sempre di nuove possibilità, di nuove tecnologie e metodi da utilizzare. Esso è un’attività, un’impresa, una componente economica occupazionale, un servizio offerto al meglio, per questo Otranto lo affronta non solo affidandosi all’intuizione e all’esperienza, perché queste se pur necessarie, non sono sufficienti, ma lo affronta con grande responsabilità, scientificità e professionalità. E in un territorio, in cui il turismo è vocazione, siamo certi che un’istituzione organizzata e strutturata per la preparazione e formazione giovanile diventa premessa basilare e indispensabile. Infatti l’Istituto Alberghiero di Stato, che opera ad Otranto ormai da diversi anni, proseguendo un’ampia linea di sviluppo è una scuola efficiente e all’avanguardia che offre varie opportunità di studio dei diversi settori turistici. Una scuola attenta e impegnata nel campo della ricerca scientifica che cogliendo attivamente le novità turistiche, cooperando anche in campo internazionale, offre agli allievi contenuti, metodologie e opportunità qualificate, guidate da un grande senso di responsabilità e professionalità. Otranto alle soglie del terzo millennio, tenendo presente l’oggi, guarda e si proietta con impegno e consapevolezza nel domani, nel concreto, nell’operatività, nel futuro occupazionale dei giovani, perché in questo territorio non c’è settore economico più del turismo in grado di offrire una vasta e articolata gamma di molteplici attività occupazionali, dove ognuno può trovare il suo interesse e la sua parte: edilizia, impianti turistici e da divertimento, manutenzione, servizi professionali, pubblicità, trasporto, animazione, pronto soccorso, attività artigianali e commerciali, agricoltura ortofrutticola, agriturismo, pesca, ecc., cioè la crescita turistica ha bisogno di tutto e di tutti. Molto importante è stato anche l’intervento fatto alcuni anni fa nella zona degli Alimini, realizzando e dando vita a valide ed efficienti strutture turistiche. Spesso si dice “l’erba del vicino è sempre più verde”. Sono molti gli italiani che compiono lunghi viaggi per conoscere il mondo e poi non conoscono il proprio paese. Quasi dietro l’angolo di casa, quasi, senza fare lunghi viaggi, nel tacco dello stivale c’è Otranto, con un mare limpido, azzurro e pulito, (secondo l’indagine della Goletta Verde) dove si possono osservare gabbiani in volo, esplorare grotte marine e costiere, con suggestivi effetti di luce e colori, sondare i fondali pescosi e variegati. Sulla terraferma si possono scoprire le tracce della civiltà mediterranea, il fascino dell’architettura contadina, che si alterna alla fastosità, alla storia, alla sacralità, all’arte dei suoi monumenti, le vie del centro storico vivificate dai negozi e dai centri di ristoro, le caratteristiche case bianche, gli alberghi sempre più confortevoli e attrezzati con moderne strutture, la cordialità della gente, qui si può vivere in diretta usi e costumi di antiche e ancora vive tradizioni, gustare i sapori di una tipica e genuina gastronomia. Il sole intenso è spesso temperato dal maestrale, la terra ricca di ulivi secolari emana un buono odore. A Otranto si comprende cosa e com’è il Mediterraneo, il suo clima, la sua vegetazione, i suoi sapori, i suoi profumi, il suo cuore, la sua storia, i suoi colori si fondano insieme per offrirsi al turista. Questa è Otranto, è per tutti i gusti e per tutte le età, e offre il meglio e l’eccezionale, ma anche e davvero l’esclusività.
NOTE
1 G. ALESSIO, Sul nome Otranto, in “Archivio Storico Pugliese”, anno V, fasc. I-IV, (dicembre 1952), Bari, 1952, pag. 18. 2 G. MARCIANO, Descrizione, origine e successi della provincia di Terra d’Otranto, Napoli, 1855, lib. 3, cap. LIII. 3 A. DE FERRARIS, GALATEO, Liber de Situ Iapygiae, traduzione da S. GRANDE in Del Situ della Giapigia, Lecce, 1867, pag. 28. 4 L. MAGGIULLI, Monografia numismatica della provincia di Terra d’Otranto, Lecce, 1870, pag. 7. 5 G. ARDITI, La corografia fisica e storica della Provincia di terra D’Otranto, Lecce, 1879-1885, pag, 446. 6 C. CANTÙ, Storia degli Italiani, Torino, 1858, lib. IV, cap. 46, pag. 16. 7 M. SCHERILLO, Della venuta dell’Apostolo S. Pietro in Napoli, Napoli, 1859, lib. 2. 8 G. ALBINO LUCANO, De Bello Hidruntino, in De Gestis Regum Neapolitanorum, Ab Aragonia, qui exttante libri quatuor, Napoli, 1589. 9 A. CECCARONI, Dizionario Ecclesiastico, Illustrato, Milano, 1897. 10 A. G. FERRARI, Apologia paradossica della Città di Lecce, Lecce, 1707 11 G. P. MORELLI, Storia di Taranto, Trani, 1623. 12 C. BARONIO, Annali Ecclesiastici, a. 44, n. 27, vol. I, pag. 299. 13 L. MORRA, S.S. Visita Pastorale, Archivio Arcivescovile Otranto, 1607. 14 M. ORSI, S.S. Visita Pastorale, Archivio Arcivescovile Otranto, 1734. 15 M. F. DE ASTE, Epitome in Memorabilibus Hydruntinae Ecclesiae, Benevento, 1706. 16 G. ARDITI, op. cit., pag. 446. 17 S. GREGORIO MAGNO, libro IX, epistola 105. 18 A. DE FERRARIS, GALATEO, op. cit., pag. 35. Donato Moro afferma che il De Ferraris ha scritto il Liber de Situ Iapygiae fra il 1512-1513. 19 G. MARCIANO, op. cit., lib. 3, cap. LIII. 20 Chronicon Breve Northmannicum, ad a. 1055, ed. L. A. MURATORI, RIS, V, Milano, 1724, pag. 278. 21 Ivi. 22 A. ANTONACI, Otranto, Galatina, 1992, pag. 400. 23 ANNE COMNÈNE, Alexiade, ed. e trad. franc. B. LEIB, Paris, 1967, lib. VI. 24 P. GIANNONE, Storia civile del Regno di Napoli, Napoli, 1770, Tomo V, pag, 228. 25 Consacrazione della Cattedrale di Otranto nel 1088, il documento estratto dall’Archivio Vaticano e pubblicato da Luigi Maggiulli, cfr. L. MAGGIULLI, Otanto-Ricordi, Lecce, 1893, pag. 372. 26 L. MAROCCIA, La Cattedrale di Otranto, Maglie, 1912, pp. 7-8. 27 A. ANTONACI, op. cit. pag. 317. 28 Ibidem, pag. 403 29 P. P. RODOTÀ, Dell’origine del rito greco in Italia, Roma, 1758, Vol. I, pag. 383. 30 A. e O. PARLANGÈLI, Il monastero di San Nicola di Casole. Centro di Cultura Bizantina in Terra d’Otranto, in Bollettino della Badia Greca di Grottaferrata” Vol. V, 1951, pp. 33-34. 31 R. DEVREESSE, Les manuscrits dell’Italie Méridionale, Città del Vaticano, 1955, pag. 44. 32 P. A. DE CAPUA, S.S. Visita Pastorale, Archivio Arcivescovile Otranto, 1537-40. Questo Arcivescovo ha partecipato al Concilio di Trento. 33 L. MORRA, op. cit. 34 F. UGHELLI, Italia Sacra, Venezia, 1721, Tomus IX. 35 A. GUILLOU, La lucanie byzantine. Etude de géographie historique, “Byzantion”, 35, 1965, pag. 144. 36 LIUDPRANDI CREMONENSIS, Relatio de legatione Costantinopolitana, ed. J. BECKER, in MGH, Scriptores rerum germanicarum in usum scholarum, Hannoverae-Lipsiae, 1915, pag. 209. 37 “Imperator cum Imperatrice consorte sua, mense Augusto Hydruntum vadit, ubi relicta Imperatrice, vadit Brundisium, ubi totus convenerat Crocesignotorum exercitus”. Cfr. RYCCARDI DE SANCTO GERMANO, Notarii Chronica, a. 1227, ed. C. A. CARUFI, R.R. I.I. S.S., 7,2, (1936-1938). 38 Ivi. 39 Ivi. 40 M. CAMERA, Annali delle due Sicilie, (1282-1343), Napoli, 1841-60, Vol. I. 41 J. L. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica Friderici secundi, Tomus II, Paris, 1852, pag.144. 42 Diploma di Federico II a favore della Chiesa Arcivescovile di Otranto del 1219, documento estratto dall’Archivio vaticano e pubblicato da L. Maggiulli, cfr L. MAGGIULLI, op. cit. pag. 375. 43 L. MAGGIULLI, op. cit., pag. 138. 44 D. VENDOLA, Documenti tratti dai Registri Vaticani (da Innocenzo III a Nicola IV) Trani, 1940, pp. 262-263, n. 336. 45 R. CAPRARO, Le torri di avvistamento anticorsare nel paesaggio costiero, in AA.VV. La Puglia e il mare, Milano, 1984, pag. 277. 46 IBN KEMAL, Storie della casa di Osman (1468/69-1534) lib. VII, in M. CORTI, La guerra d’Otranto “variazione” in chiave turca, in “l’Albero”, fasc. XVI, n. 47, 1971.
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