Capitolo 9

Pietro osserva l’alba dall’alto delle Orte e racconta

la sua esperienza di studio dei semplici.

 

Più volte avevo sentito i fratelli parlarne con meraviglia, ma lo stupore che mi colse mi lasciò impietrito. Mi aspettavo un lento salire lanuginoso ed invece fu un’esplosione. Per prime, ai lati del mio orizzonte, due lame di luce metallica, nette e senza sbavature, squarciarono il cielo sino a perdersi nel nero sovrastante. Le vedevo caricarsi di una luminosità sempre più intensa che si sovrapponeva a strati, passando attraverso una serie di blu e grigi. L’effetto era enfatizzato dal mare immobile, scuro, silenzioso, come fosse anche lui in attesa. Ancora un lampo turchese e poi un blu manganese che avevo visto solo in alcune tavole di antichi erbari, per un attimo un raggio ardesia e poi riconobbi il blu del mirtillo, gli azzurri cangianti del fiordaliso e l’indaco che dà l’isatis tintoria, sino ad arrivare all’azzurro cristallo ed infine ad un’invasione di celeste polvere. Trattenni il fiato perché mi aspettavo di sentire il tuono, come dietro al fulmine. Il rumore ci fu solo nella mia testa come lo spostamento d’aria che mi mise a sedere sulle rocce alle mie spalle. Sentivo che qualcosa arrivava, sentivo distintamente salire una moltitudine di particelle, uno scoppiettio di faville. Tendevo le orecchie, avevo bisogno di sentire il rumore per liberarmi dalla pressione che avvertivo alle tempie. Ed invece l’unico suono che si sentì nella campagna fu quello del mio violento espirare per poi cercare subito aria. Poi avvertii, ma ancora solo nella mia mente, uno strappo, una lacerazione nel cielo e il disco del sole apparve dietro la quinta dei monti Acrocerauni.

Mi sentii piccolo, appiattito sulla roccia, incapace di darmi conto di ciò cui avevo assistito. Mi voltai lentamente verso fratello Ezechiele con la bocca aperta e gli occhi ancora invasi da quello stupore. Anche lui si era fermato ad osservare ed ora mi rivolgeva un sorriso dolce e compiaciuto.

- Lo dico sempre che bisognerebbe farvi uscire più spesso dalle mura del monastero. Dal lato del canale si può vedere solo il rosso dei tramonti, ma le meraviglie dell’alba di Nostro Signore si apprezzano solo dalla parte delle Orte.

Avevamo lasciato il monastero che era ancora buio e camminato per sentieri pietrosi sino al margine delle falesie che precipitano verso il mare. Era la prima volta che vedevo quel tratto di costa. In più di due anni la presenza del mare l’avevo solo avvertita dagli odori o sentita nelle notti di tempesta quando la tramontana sferza il canale urlando con la sua gola fredda e carica di salsedine. Ora potevo osservare un lungo tratto di costa che degradava verso una grande insenatura, bassa ed accogliente, ricoperta di alberi sino al limite della risacca. La luce, aumentando, tagliava le ombre restituendo i colori alla campagna. Vedevo distintamente una torre che si ergeva su una spianata di rocce poi ancora una serie di insenature così profonde da non far scorgere il mare che le bagnava e lontano un altro costone roccioso. Ezechiele si avvicinò, raccolse il cesto che mi era caduto dalle mani e me lo porse.

- Mettiamoci al lavoro, la rugiada comincerà ad evaporare velocemente ed i fiori si schiuderanno.

Avrei voluto rimanere ancora a guardare, a contemplare lo spettacolo della natura che si risvegliava negli anfratti, a seguire le lucertole che si stendevano sulle rocce per darsi calore, ma il richiamo di fratello Ezechiele non consentiva indugi. Mi segnai e ringraziai il Signore per avermi offerto di assistere, ancora in vita, a quello spettacolo.

Da un paio di mesi avevo preso a lavorare negli spazi dell’erboristeria, accanto a fratello  Ezechiele, con l’aiuto di due ragazzi che erano arrivati da poco al monastero. Nei momenti liberi dal lavoro avevo cominciato a frequentare la biblioteca in quanto nel laboratorio erano presenti solo testi di uso quotidiano e grandi pergamene, affisse alle pareti, usate per appuntare note di lavorazione o formule in sperimentazione. Potevo muovermi liberamente negli spazi comuni ma per recarmi in biblioteca dovevo avere il permesso di fratello Ezechiele che, a dire il vero, non mancava mai. Il problema era superare l’ostacolo, fatto di sguardi severi, di un fratello che sembrava vivere infisso in un tavolaccio all’ingresso dell’edificio che ospitava la sala di lettura. Si trattava di una entrata secondaria, riservata ai monaci stanziali, che conduceva ad una stanza di consultazione separata dalla parte pubblica della biblioteca. Il fratello all’ingresso, senza muoversi dal suo incastro, poteva controllare anche la stanza e coloro che vi entravano per le letture. Sulle pareti erano stese grandi pergamene con indicazioni geografiche, mappe, elenchi di testi in arrivo ed esortazioni a fare buon uso delle letture. Al centro erano sistemati due tavoli per la lettura che doveva avvenire stando seduti di fronte al fratello guardiano. Non c’era, cosa che mi faceva disperare, nessun catalogo dei testi presenti in deposito. Le indicazioni bibliografiche mi venivano date a voce da fratello Ezechiele. Io mi limitavo ad entrare e richiedere il testo che mi era stato suggerito. Tutto avveniva nel massimo silenzio, sussurrando le richieste e procedendo con lentezza ed attenzione. Spesso trovavo altri fratelli intenti a leggere, sempre distanziati a sufficienza per non far riconoscere il testo in uso. La richiesta sussurrata era annotata su di un rettangolo di pergamena che il guardiano traeva da un mucchietto sul tavolo. Ogni volta che il libro veniva riconsegnato la richiesta era raschiata e la pergamena riutilizzata. Segnato il titolo, il guardiano tirava una corda che aveva di lato, come quella di una campanella anche se non si avvertiva alcun suono. Da una minuscola porta, posta al fondo della stanza, compariva un fratello che prendeva la richiesta e provvedeva alla ricerca. Dopo qualche minuto lo stesso fratello ricompariva e depositava il libro sul tavolo di consultazione. Solo allora si poteva accedere alla stanza. Il rituale si ripeteva sempre con le stesse modalità. La biblioteca era la parte più riservata e meglio custodita del monastero. Nello scriptorium erano ammessi solo i frati scrivani che vivevano all’interno di celle adiacenti all’edificio. Nessuno, che non fosse direttamente assegnato alla biblioteca, poteva metter piede negli ambienti di lavoro. Sapevo che diversi religiosi e studiosi dei paesi limitrofi venivano a visionare o prendere in prestito testi di libera consultazione. Di tanto in tanto avevo saputo di ospiti illustri che si fermavano a consultare libri o per dispute teologiche. Più di una volta il laboratorio aveva ospitato studiosi provenienti da lontane città d’oriente e d’occidente, sempre accolti direttamente da fratello Ezechiele. Vivevamo, dunque, per compartimenti stagni, ognuno addetto al suo lavoro: chi in campagna, chi a Badisco per la pesca e le saline, chi in biblioteca e chi, come me, in erboristeria. Ero così felice del mio lavoro da non preoccuparmene affatto anche se la curiosità di vedere la biblioteca certo non potevo nasconderla.

Una delle prime letture che Ezechiele mi aveva consigliato era stata l’Historia Plantarium del filosofo naturalista Teofrasto, medico di Ereso. Il soprannome con cui era passato alla storia, “colui che parla come un dio”, gli era stato affibbiato  direttamente da Aristotele del quale era stato discepolo. Si trattava di un elenco di circa cinquecento specie suddivise in gruppi in base al diverso portamento: alberi, frutici, suffrutici ed erbe, queste ultime distinte tra spontanee e coltivate. Mi immergevo in quegli elenchi memorizzando nomi e proprietà senza l’ausilio di illustrazioni. Il primo erbario figurato, sempre suggerito da Ezechiele, fu il De Materia Medica di Pedacio Discoride, opera del primo secolo dopo Cristo. Fu così che cominciai a familiarizzare con anagallis, anemoni e aristolochia. Sfogliavo quelle raffigurazioni, spesso rozze ed imprecise, ricordando lo splendore dei testi su cui mi ero formato a Galatina, con la guida di fratello Nicola. Per questo avrei voluto aver accesso al catalogo. Ero certo che la biblioteca custodisse ben altri tesori. Ad Ezechiele avevo chiesto notizie dell’erbario figurato della principessa di Costantinopoli, Giuliana Anicia, che trovavo spesso citato nelle

mie letture. Ezechiele si limitò a sorridere suggerendo di cercare meglio in Plinio il Vecchio e regalandomi una delle sue citazioni, che tirava fuori quasi a comando, sempre pertinenti:

- Quid enim desideres tu nosti, quid tibi prosit ille novit.  Tu sai che cosa desideri, ma egli solo sa che cosa ti giova, diceva Sant’Agostino.

A volte mi irritava il fatto che insistesse nel suggerirmi testi in latino, molti dei quali altro non erano che traduzioni di precedenti ed originali codici greci. Così era anche per i testi arabi, i famosi taqwim, dei quali mi aveva parlato frate Nicola. Più di una volta, mentre andavo in biblioteca rimuginando il titolo indicatomi da Ezechiele, mi veniva voglia di trasgredire la prescrizione chiedendo un altro testo. Per fortuna le cattive intenzioni naufragavano di fronte al frate guardiano al quale, immancabilmente, presentavo la giusta richiesta. I testi arabi mi intrigavano perché  contenevano anche concetti di medicina, rivisitati attraverso le pratiche comportamentali ed i ritmi naturali, non disgiunti, talora, dallo studio delle influenze astrali. Sapevo, per averne letto, che le piante erano raffigurate quasi sempre per intero, nel loro habitat naturale, con precise indicazioni relative sia alla stagione migliore per la raccolta sia alle differenti proprietà in base ai ritmi stagionali. Questa esigenza scaturiva direttamente dagli insegnamenti di fratello Ezechiele che insisteva molto sulle diverse opportunità che le piante potevano offrire in funzione del periodo di raccolta. I taqwim, oltre che indicare rimedi, suggerivano norme per mantenere la buona salute, curando in particolar modo l’alimentazione, l’igiene ed il comportamento, ovvero il giusto equilibrio tra sonno e veglia, tra moto e quiete, tra gioia ed ira. Ma non c’era verso che potessi aver accesso a quella miniera di informazioni, almeno per ora, mi diceva fratello Ezechiele.

Il nostro ruolo, all’interno della comunità, lo capivo di settimana in settimana, non era di semplici erboristi ma anche di speziali, seppure solo ad uso interno. Ezechiele aveva molto insistito su questo, non potevamo offrire i nostri servigi fuori dalla comunità “neppure per curare le bestie”, mi disse a rinforzo della prescrizione.

Così andavo avanti a testi in latino dopo aver faticato ad impossessarmi della lingua greca. A dire il vero la nostra era una comunità greca all’interno e latina agli occhi del mondo. Non avevo osato approfondire troppo la questione, c’erano molte cose delle quali non era consentito parlare. Questa era una di quelle.

- Questioni di politica, vituperio delle genti – bofonchiava al proposito fratello Ezechiele.

I ricettari, invece, li trovavo tra i testi presenti stabilmente in laboratorio. Contenevano poche indicazioni, a volte solo il nome del principio attivo, in quanto erano destinai a mettere in risalto lo scopo per il quale si poteva utilizzare una data pianta o, meglio ancora, una preparazione erboristica composta, enumerando per ogni ricetta, ingredienti, metodi di preparazione, dosi e modalità di somministrazione, secondo i principi del primum non nocere di Ippocrate di Kos. I miei tentativi di incursione in campo medico non erano incoraggiati da fratello Ezechiele che preferiva mi limitassi a studiare i semplici.

- La salute e la malattia appartengono a Dio, non agli uomini – continuava a ripetermi a dispetto della sua, che peggiorava di settimana in settimana.

Vedevo in lui una certa ansia, un’ urgenza di trasmettermi le sue conoscenze e farmi impadronire delle tecniche di lavoro. Ormai passavo tutto il tempo in laboratorio tanto che avevo trasferito il mio giaciglio in una casupola ai margini dello spazio recintato che si trovava sul retro. Ezechiele lo chiamava “orto piccolo” per distinguerlo dal “giardino grande” che pure faceva parte dei nostri spazi di lavoro. Non coltivavamo molte specie, solo quelle essenziali che la campagna non offriva spontaneamente. Per questo, soprattutto in primavera e nel primo autunno, le uscite erano frequenti. Ezechiele, in anni di lavoro, aveva provveduto a realizzare, mimetizzate tra le sterpaglie, piccole isole dedicate alle varie essenze. Le aveva ordinate, incredibile a dirsi, in base al transitare dei raggi solari sulla campagna, proteggendole con muri a secco ora dal sole diretto ora dallo scirocco carico di salsedine. Per questo quella mattina avevo potuto assistere al sorgere del sole. Dovevamo raccogliere il thimus, prima che il sole facesse schiudere i fiori che avrebbero così perso gran parte del polline. Ogni volta che mi accostavo a raccogliere una pianta, fratello Ezechiele voleva che ne elencassi le proprietà, compresi i diversi appellativi con cui era indicata. Così fu per il timo che declinai in erba pèvera, ferrùgera, sermollino, serpolino, pepolino, salaredda, riganeddu. Ero felice del mio lavoro, contento di imparare accanto a fratello Ezechiele, sereno, se non fosse stato per le sue cattive condizioni di salute delle quali non amava parlare.

Spesso ci capitava di rimanere fuori tutto il giorno perché occorreva raccogliere qualcosa che cresceva solo in un dato posto, magari lontano, o era necessario aspettare il tramonto per recidere una radice particolare. Fu così che scoprii la campagna che circondava il monastero. Verso sud, a meno di una lega, la scogliera alta e frastagliata si apriva in piccole gole profonde. In una delle più grandi scendevamo a bere da una sorgente che sgorgava a pochi passi dal mare. Sempre più a sud si intravedeva il promontorio che nascondeva Badisco ed ancora più avanti altre colline ricoperte di alberi d’alto fusto sino a perdita d’occhio. Lentischi, corbezzoli, querce,  gelsi mori e carrubi dai tronchi maestosi che, per effetto del vento, si curvavano sino al terreno insinuandosi tra le spaccature delle rocce. Le nostre camminate erano sempre in quella direzione. A nord, sapevo, c’era Otranto, tanto vicina che spesso sentivo i rintocchi della campana della cattedrale, o quelli di Sant’Antonio. Altra nostra stranezza da isolamento, non c’era comunanza di frequentazione con il clero locale anche se, ufficialmente, eravamo sottoposti alla giurisdizione del vescovo della città. Eravamo un’isola in terrà d’Otranto, di rito latino per le cerimonie pubbliche, di pratica casoliana per la vita di ogni giorno e bizantini per la maniera di guardare al mondo. Non chiedevo più conto di quelle stranezze, mi bastava immergermi nel silenzio della campagna, godere della vista delle isole greche che si stagliavano nette nelle giornate limpide o osservare il luccichio della neve perenne sulle montagne aldilà del canale.