Più volte avevo
sentito i fratelli parlarne con meraviglia, ma lo stupore che mi colse mi
lasciò impietrito. Mi aspettavo un lento salire lanuginoso ed invece fu
un’esplosione. Per prime, ai lati del mio orizzonte, due lame di luce
metallica, nette e senza sbavature, squarciarono il cielo sino a perdersi
nel nero sovrastante. Le vedevo caricarsi di una luminosità sempre più
intensa che si sovrapponeva a strati, passando attraverso una serie di blu
e grigi. L’effetto era enfatizzato dal mare immobile, scuro, silenzioso,
come fosse anche lui in attesa. Ancora un lampo turchese e poi un blu
manganese che avevo visto solo in alcune tavole di antichi erbari, per un
attimo un raggio ardesia e poi riconobbi il blu del mirtillo, gli azzurri
cangianti del fiordaliso e l’indaco che dà l’isatis
tintoria,
sino
ad arrivare all’azzurro cristallo ed infine ad un’invasione di celeste
polvere. Trattenni il fiato perché mi aspettavo di sentire il tuono, come
dietro al fulmine. Il rumore ci fu solo nella mia testa come lo
spostamento d’aria che mi mise a sedere sulle rocce alle mie spalle.
Sentivo che qualcosa arrivava, sentivo distintamente salire una
moltitudine di particelle, uno scoppiettio di faville. Tendevo le
orecchie, avevo bisogno di sentire il rumore per liberarmi dalla pressione
che avvertivo alle tempie. Ed invece l’unico suono che si sentì nella
campagna fu quello del mio violento espirare per poi cercare subito aria.
Poi avvertii, ma ancora solo nella mia mente,
uno strappo, una lacerazione
nel
cielo e il disco del sole apparve dietro la quinta dei monti Acrocerauni.
Mi sentii piccolo,
appiattito sulla roccia, incapace di darmi conto di ciò cui avevo
assistito. Mi voltai lentamente verso fratello Ezechiele con la bocca
aperta e gli occhi ancora invasi da quello stupore. Anche lui si era
fermato ad osservare ed ora mi rivolgeva un sorriso dolce e compiaciuto.
- Lo dico sempre che
bisognerebbe farvi uscire più spesso dalle mura del monastero. Dal lato
del canale si può vedere solo il rosso dei tramonti, ma le meraviglie
dell’alba di Nostro Signore si apprezzano solo dalla parte delle
Orte.
Avevamo lasciato il
monastero che era ancora buio e camminato per sentieri pietrosi sino al
margine delle falesie che precipitano verso il mare. Era la prima volta
che vedevo quel tratto di costa. In più di due anni la presenza del mare
l’avevo solo avvertita dagli odori o sentita nelle notti di tempesta
quando la tramontana sferza il canale urlando con la sua gola fredda e
carica di salsedine. Ora potevo osservare un lungo tratto di costa che
degradava verso una grande insenatura, bassa ed accogliente, ricoperta di
alberi sino al limite della risacca. La luce, aumentando, tagliava le
ombre restituendo i colori alla campagna. Vedevo
distintamente una torre che si
ergeva
su una spianata di rocce poi ancora una serie di insenature così profonde
da non far scorgere il mare che le bagnava e lontano un altro costone
roccioso. Ezechiele si avvicinò, raccolse il cesto che mi era caduto dalle
mani e me lo porse.
- Mettiamoci al
lavoro, la rugiada comincerà ad evaporare velocemente ed i fiori si
schiuderanno.
Avrei voluto rimanere
ancora a guardare, a contemplare lo spettacolo della natura che si
risvegliava negli anfratti, a seguire le lucertole che si stendevano sulle
rocce per darsi calore, ma il richiamo di fratello Ezechiele non
consentiva indugi. Mi segnai e ringraziai il Signore per avermi offerto di
assistere, ancora in vita, a quello spettacolo.
Da un paio di mesi
avevo preso a lavorare negli spazi dell’erboristeria, accanto a fratello
Ezechiele, con l’aiuto di due ragazzi che erano arrivati da poco al
monastero. Nei momenti liberi dal lavoro avevo cominciato a frequentare la
biblioteca in quanto nel laboratorio erano presenti solo testi di uso
quotidiano e grandi pergamene, affisse alle pareti, usate per appuntare
note di lavorazione o formule in sperimentazione. Potevo muovermi
liberamente negli spazi comuni ma per recarmi in biblioteca dovevo avere
il permesso di fratello Ezechiele che, a dire il vero, non mancava mai. Il
problema era superare l’ostacolo, fatto di sguardi severi, di un fratello
che sembrava vivere infisso in un tavolaccio all’ingresso dell’edificio
che ospitava la sala di lettura. Si trattava di una entrata secondaria,
riservata ai monaci stanziali, che conduceva ad una stanza di
consultazione separata dalla parte pubblica della biblioteca. Il fratello
all’ingresso, senza muoversi dal suo incastro, poteva controllare anche la
stanza e coloro che vi entravano per le letture. Sulle pareti erano stese
grandi pergamene con indicazioni geografiche, mappe, elenchi di testi in
arrivo ed esortazioni a fare buon uso delle letture. Al centro erano
sistemati due tavoli per la lettura che doveva avvenire stando seduti di
fronte al fratello guardiano. Non c’era, cosa che mi faceva disperare,
nessun catalogo dei testi presenti in deposito. Le indicazioni
bibliografiche mi venivano date a voce da fratello Ezechiele. Io mi
limitavo ad entrare e richiedere il testo che mi era stato suggerito.
Tutto avveniva nel massimo silenzio, sussurrando le richieste e procedendo
con lentezza ed attenzione. Spesso trovavo altri fratelli intenti a
leggere, sempre distanziati a sufficienza per non far riconoscere il testo
in uso. La richiesta sussurrata era annotata su di un rettangolo di
pergamena che il guardiano traeva da un mucchietto sul tavolo. Ogni volta
che il libro veniva riconsegnato la richiesta era raschiata e la pergamena
riutilizzata. Segnato il titolo, il guardiano tirava una corda che aveva
di lato, come quella di una campanella anche se non si avvertiva alcun
suono. Da una minuscola porta, posta al fondo della stanza, compariva un
fratello che prendeva la richiesta e provvedeva alla ricerca. Dopo qualche
minuto lo stesso fratello ricompariva e depositava il libro sul tavolo di
consultazione. Solo allora si poteva accedere alla stanza.
Il rituale si ripeteva sempre con le stesse
modalità. La biblioteca era la parte più riservata e meglio
custodita
del monastero. Nello
scriptorium erano ammessi solo i frati scrivani che vivevano
all’interno di celle adiacenti all’edificio. Nessuno, che non fosse
direttamente assegnato alla biblioteca, poteva metter piede negli ambienti
di lavoro. Sapevo che diversi religiosi e studiosi dei paesi limitrofi
venivano a visionare o prendere in prestito testi di libera consultazione.
Di tanto in tanto avevo saputo di ospiti illustri che si fermavano a
consultare libri o per dispute teologiche. Più di una volta il laboratorio
aveva ospitato studiosi provenienti da lontane città d’oriente e
d’occidente, sempre accolti direttamente da fratello Ezechiele. Vivevamo,
dunque, per compartimenti stagni, ognuno addetto al suo lavoro: chi in
campagna, chi a Badisco per la pesca e le saline, chi in biblioteca e chi,
come me, in erboristeria. Ero così felice del mio lavoro da non
preoccuparmene affatto anche se la curiosità di vedere la biblioteca certo
non potevo nasconderla.

Una delle prime letture che Ezechiele mi
aveva consigliato era stata l’Historia Plantarium del filosofo naturalista
Teofrasto,
medico di Ereso. Il soprannome con cui era passato alla storia,
“colui
che parla come un dio”, gli era stato affibbiato
direttamente da
Aristotele del quale era stato discepolo. Si trattava di un elenco di
circa cinquecento specie suddivise in gruppi in base al diverso
portamento: alberi, frutici, suffrutici ed erbe, queste ultime distinte
tra spontanee e coltivate. Mi immergevo in quegli elenchi memorizzando
nomi e proprietà senza l’ausilio di illustrazioni. Il primo erbario
figurato, sempre suggerito da Ezechiele, fu il De
Materia Medica di
Pedacio Discoride, opera
del
primo secolo dopo Cristo. Fu così che cominciai a familiarizzare con
anagallis,
anemoni e
aristolochia. Sfogliavo quelle raffigurazioni, spesso rozze ed
imprecise, ricordando lo splendore dei testi su cui mi ero formato a
Galatina, con la guida di fratello Nicola. Per questo avrei voluto aver
accesso al catalogo. Ero certo che la biblioteca
custodisse
ben altri tesori. Ad Ezechiele avevo chiesto notizie dell’erbario figurato
della principessa di Costantinopoli,
Giuliana Anicia,
che trovavo spesso citato nelle

mie
letture. Ezechiele si limitò a sorridere suggerendo di cercare meglio
in
Plinio il Vecchio e regalandomi una delle sue citazioni, che tirava
fuori quasi a comando, sempre pertinenti:
-
Quid enim desideres tu nosti, quid tibi prosit ille novit. Tu sai che
cosa desideri, ma egli solo sa che cosa ti giova,
diceva
Sant’Agostino.
A volte mi irritava
il fatto che insistesse nel suggerirmi testi in latino, molti dei quali
altro non erano che traduzioni di precedenti ed originali codici greci.
Così era anche per i testi arabi, i famosi
taqwim, dei
quali mi aveva parlato frate Nicola. Più di una volta, mentre andavo in
biblioteca rimuginando il titolo indicatomi da Ezechiele, mi veniva voglia
di trasgredire la prescrizione chiedendo un altro testo. Per fortuna le
cattive intenzioni naufragavano di fronte al frate guardiano al
quale,
immancabilmente, presentavo la giusta richiesta. I testi arabi mi
intrigavano perché contenevano anche concetti di medicina, rivisitati
attraverso le pratiche comportamentali ed i ritmi naturali, non disgiunti,
talora, dallo studio delle influenze astrali. Sapevo, per averne letto,
che le piante erano raffigurate quasi sempre per intero, nel loro habitat
naturale, con precise indicazioni relative sia alla stagione migliore per
la raccolta sia alle differenti proprietà in base ai ritmi stagionali.
Questa esigenza scaturiva direttamente dagli insegnamenti di fratello
Ezechiele che insisteva molto sulle diverse opportunità che le piante
potevano offrire in funzione del periodo di raccolta. I taqwim, oltre che
indicare rimedi, suggerivano norme per mantenere la buona salute, curando
in particolar modo l’alimentazione, l’igiene ed il comportamento, ovvero
il giusto equilibrio tra sonno e veglia, tra moto e quiete, tra gioia ed
ira. Ma non c’era verso che potessi aver accesso a quella miniera di
informazioni, almeno per ora, mi diceva fratello Ezechiele.
Il nostro ruolo,
all’interno della comunità, lo capivo di settimana in settimana, non era
di semplici erboristi ma anche di speziali, seppure solo ad uso interno.
Ezechiele aveva molto insistito su questo, non potevamo offrire i nostri
servigi fuori dalla comunità “neppure per curare le bestie”, mi disse a
rinforzo della prescrizione.
Così andavo avanti a
testi in latino dopo aver faticato ad impossessarmi della lingua greca. A
dire il vero la nostra era una comunità greca all’interno e latina agli
occhi del mondo. Non avevo osato approfondire troppo la questione, c’erano
molte cose delle quali non era consentito parlare. Questa era una di
quelle.
- Questioni di
politica, vituperio delle genti – bofonchiava al proposito fratello
Ezechiele.
I ricettari, invece,
li trovavo tra i testi presenti stabilmente in laboratorio. Contenevano
poche indicazioni, a volte solo il nome del principio attivo, in quanto
erano destinai a mettere in risalto lo scopo per il quale si poteva
utilizzare una data pianta o, meglio ancora, una preparazione erboristica
composta, enumerando per ogni ricetta, ingredienti,
metodi di preparazione, dosi e modalità di somministrazione, secondo i
principi del primum non nocere di
Ippocrate
di Kos. I miei tentativi di incursione in campo medico non erano
incoraggiati da fratello Ezechiele che preferiva mi limitassi a studiare i
semplici.
- La salute e la
malattia appartengono a Dio, non agli uomini – continuava a ripetermi a
dispetto della sua, che peggiorava di settimana in settimana.
Vedevo in lui una
certa ansia, un’ urgenza di trasmettermi le sue conoscenze e farmi
impadronire delle tecniche di lavoro. Ormai passavo tutto il tempo in
laboratorio tanto che avevo trasferito il mio giaciglio in una casupola ai
margini dello spazio recintato che si trovava sul retro. Ezechiele lo
chiamava “orto piccolo” per distinguerlo dal “giardino grande” che pure
faceva parte dei nostri spazi di lavoro. Non coltivavamo molte specie,
solo quelle essenziali che la campagna non offriva spontaneamente. Per
questo, soprattutto in primavera e nel primo autunno, le uscite erano
frequenti. Ezechiele, in anni di lavoro, aveva provveduto a realizzare,
mimetizzate tra le sterpaglie, piccole isole dedicate alle varie essenze.
Le aveva ordinate, incredibile a dirsi, in base al transitare dei raggi
solari sulla campagna, proteggendole con muri a secco ora dal sole diretto
ora dallo scirocco carico di salsedine. Per questo
quella
mattina avevo potuto assistere al sorgere del sole.
Dovevamo raccogliere il
thimus,
prima che il sole facesse schiudere i fiori che avrebbero così perso gran
parte del polline. Ogni volta che mi accostavo a raccogliere una pianta,
fratello Ezechiele voleva che ne elencassi le proprietà, compresi i
diversi appellativi con cui era indicata. Così fu per il timo che declinai
in erba pèvera, ferrùgera, sermollino, serpolino, pepolino, salaredda,
riganeddu. Ero felice del mio lavoro, contento di imparare accanto a
fratello Ezechiele, sereno, se non fosse stato per le sue cattive
condizioni di salute delle quali non amava parlare.
Spesso ci capitava di
rimanere fuori tutto il giorno perché occorreva raccogliere qualcosa che
cresceva solo in un dato posto, magari lontano, o era necessario aspettare
il tramonto per recidere una radice particolare. Fu così che scoprii la
campagna che circondava il monastero. Verso sud, a meno di una lega, la
scogliera alta e frastagliata si apriva in piccole gole profonde. In una
delle più grandi scendevamo a bere da una sorgente che sgorgava a pochi
passi dal mare. Sempre più a sud si intravedeva il promontorio che
nascondeva Badisco ed ancora più avanti altre colline ricoperte di alberi
d’alto fusto sino a perdita d’occhio. Lentischi, corbezzoli, querce,
gelsi mori e carrubi dai tronchi maestosi che, per effetto del vento, si
curvavano sino al terreno insinuandosi tra le spaccature delle rocce. Le
nostre camminate erano sempre in quella direzione. A nord, sapevo, c’era
Otranto, tanto vicina che spesso sentivo i rintocchi della campana della
cattedrale, o quelli di Sant’Antonio. Altra nostra stranezza da
isolamento, non c’era comunanza di frequentazione con il clero locale
anche se, ufficialmente, eravamo sottoposti alla giurisdizione del vescovo
della città. Eravamo un’isola in terrà d’Otranto, di rito latino per le
cerimonie pubbliche, di pratica casoliana per la vita di ogni giorno e
bizantini per la maniera di guardare al mondo. Non chiedevo più conto di
quelle stranezze, mi bastava immergermi nel silenzio della campagna,
godere della vista delle isole greche che si stagliavano nette nelle
giornate limpide o osservare il luccichio della neve perenne sulle
montagne aldilà del canale.