Il rischio che
cominciasse a piovere mi faceva accelerare il passo. Ero ormai in vista
della torre e, come convenuto, mi fermai ai margini della radura, al
riparo di un grosso cespuglio di
murtella.
I
fiori bianchi, peduncolati, con cinque petali e cinque sepali, si aprivano
solitari all’ascella delle foglie. Nei giorni precedenti avevo cominciato
a raccoglierne le foglie da diverse piante che crescevano spontanee ai
margini del giardino grande mentre per i frutti avrei aspettato almeno la
metà del mese di ottobre. La usavamo con parsimonia, dato che a dosi
eccessive non è raro possa procurare fenomeni di avvelenamento. Dopo la
raccolta si essicca rapidamente ed occorre conservarla in recipienti ben
chiusi, al riparo dall’umidità. Come d’abitudine e senza che lo volessi,
ripetevo mentalmente le proprietà della pianta in attesa di sentire il
richiamo di fratello Nicola. Passarono pochi minuti ed un verso di gazza
mi fece capire che era arrivato. Mi fiondai saltellando felice come un
grillo sino a che non lo vidi farmi segno, con il dito sulle labbra, di
non fare rumore. Scurii in volto ed arrivato alla sua altezza mi sentii
afferrato per la tonaca e messo a sedere al riparo della torre.
- Mentre venivo ho
visto muoversi le canne e sentito strani rumori risalire dal fondo del
canalone. Ci deve essere qualcuno, certo un grosso gruppo, che si muove
nella vegetazione. Ho fatto molta attenzione a non farmi scoprire – disse
sottovoce, con aria preoccupata.
- Appena uscito dal
recinto anche a me è sembrato di avvertire movimenti, come di un animale
che si muovesse furtivo tra le canne. Non sarà la solita volpe a caccia
delle galline di fratello Aniceto? – dissi con tono scanzonato.
- Non può essere un
solo animale, per giunta piccolo come una volpe, a muovere decine di canne
contemporaneamente. Ho scrutato il mare ma la luce è ancora scarsa per
scoprire se vi sono navi alla fonda ma, se così fosse, se qualche banda di
saraceni fosse sbarcata, certo si sarebbero allertati i soldati e
sentiremmo un gran fracasso. La cosa non mi piace, non è la prima volta
che la città viene assaltata di sorpresa da bande di predoni. Stiamo al
riparo mentre mi racconti le ultime notizie. Come sta fratello Ezechiele?
- Sempre peggio.
Ormai esce solo di rado dalla pajara e continua a ripetermi di prepararmi
a prendere pieno possesso del laboratorio. Ho il cuore a pezzi ma la sua
serenità mi aiuta a tirare avanti. Mi ha raccomandato di dirti che ti
saluta nel Signore e che tu avresti capito. Anche a me, a dire il vero,
basta a capire. Lo vedo spegnersi giorno dopo giorno ed ho sempre paura di
non trovarlo al ritorno dai miei giri di raccolta.
- Ci lascerà quando
capirà che sei pronto.
- Giorni fa è passato
Messer Pandolfo, con merce straordinaria preparata a Keramos. Mi ha
portato dei fogli di carta particolarmente pregiati che vorrei far provare
ai copisti e sto sperimentando un sistema nuovo di rifinitura delle
pergamene che mi auguro dia buoni risultati.
Parlavo, raccontavo,
ma vedevo il volto di fratello Nicola preoccupato, perso in qualche suo
doloroso pensiero.
- Devo vederlo prima
che ci lasci, voglio dargli il mio ultimo saluto. Lo capisci, per me è
stato più di un padre, più di un fratello, più di un maestro. Con lui
andrà via una parte importante della mia vita. Penso che sarebbe una
consolazione anche per lui. Si è sempre ritenuto, ingiustamente, colpevole
del mio allontanamento dalla comunità.
- Ma come pensi di
fare? Non ce la farebbe mai ad arrivare fin qui ed è impensabile che tu
possa entrare di nascosto nell’abbazia. Fratello Ezechiele, per primo,
sarebbe contrario.
- Mi hai detto che si
è sistemato nella pajara. Basterebbe che uscisse sull’uscio, io resterei
al limite del passaggio e da li potrei vederlo e salutarlo. In questo modo
non infrangerei il divieto di metter piede nell’abbazia.
- Non posso che dirti
quello che avrebbe detto lui “sei sempre capace di trovare il modo di
aggirare gli ostacoli, gli ostacoli!” – esclamai, cercando di imitare il
tono di fratello Ezechiele.
Trovavo la soluzione
proposta da fratello Nicola non particolarmente ingegnosa ma non potevo
certo impedirgli di portarla a termine e, seppure controvoglia per paura
dei probabili rimproveri di fratello Ezechiele, cercavo di rassegnarmi
all’idea.
- Aspettiamo che
faccia luce e che gli altri siano raccolti in chiesa per avvicinarci.
Dimmi di più della carta e di quello che stai facendo in laboratorio.
- Sono andato avanti
con gli inchiostri, migliorando la qualità dei colori. Ti ho detto dei
problemi con il
ferrogallico. Mi sono state mostrate pergamene,
non molto vecchie, quasi già bruciate. Ho letto che già Caio
Plinio
il Vecchio, nel 50 avanti Cristo, aveva affrontato la questione e
attraverso un esperimento nel quale bagnava un papiro, precedentemente
impregnato di una soluzione di tannini con l’aggiunta di sali di ferro,
aveva mostrato di ottenere l'immediato annerimento del supporto,
originariamente color crema. Per questo sono partito dalla formula del
gallarum gummeosque commixtio di
Marziano Capella. Ho fatto delle prove utilizzando l’aceto per
rallentare la precipitazione del preparato e miele per aumentare la
brillantezza degli inchiostri e rallentarne l'asciugatura, ma i risultati
non sono ancora attendibili. Continuo a pensare che sarebbe meglio
lavorare sull’inchiostro di
china anche perché mi sono imbattuto in una formula che prevede
l’utilizzo di un misto di galle di quercia e di aleppo. Ho
aumentato la quantità di resina d’acacia
e
ridotto i sali di
cachantum.
Dovrei avere un composto più stabile ed anche più tempo per provare,
quando, invece, sembra partita la corsa a chi scrive di più, visto che
dallo scriptorium mi arrivano richieste sempre maggiori di neri e di
azzurri. Pare sia prossimo il passaggio del cardinale
Bessarione e tu sai bene quanto sia esigente in fatto di numero
di
copie prodotte. Continuo a pensare che faremmo bene ad insistere con la
carta, le resine animali garantiscono una buona impermeabilizzazione e
sono convinto che avremmo ottimi risultati se solo nello scriptorium si
combattesse la convinzione che si tratti di un supporto inaffidabile,
incapace di resistere al passare del tempo.
Magnificavo processi
ed esperimenti anche con l’intento di stupire fratello Nicola. Ci tenevo
sapesse dei progressi che facevo in laboratorio e che ormai ero io a
gestire tutto, con l’aiuto di due novizi. A differenza delle altre volte,
però, lo vedevo distratto, certo la salute di Ezechiele lo teneva in
apprensione.
- Va bene, ho capito.
Hai altri pensieri per la testa. Vediamo di muoverci per questa tua visita
inaspettata. Ma ad un patto: entrerò da solo e chiederò il permesso di
fratello Ezechiele prima di farti apparire. Potrai vederlo solo con la sua
approvazione – dissi con fare deciso.
- Si, faremo come hai
detto, mostri una saggezza ed una determinazione che non può che farmi
piacere.
Lo guardai con
dolcezza e, raccolte le bisacce che mi ero portato dietro, le riempii dei
primi cespugli che mi vennero per le mani, come se rientrassi dal solito
giro di raccolta. Fratello Nicola mi venne dietro mentre già mi avviavo
per inoltrarmi nella macchia. Sollevai lo sguardo dalla parte del mare e
rimasi a bocca aperta. La linea d’orizzonte aveva qualcosa di strano. Una
striatura nera tagliava la foschia che cominciava a levarsi. Mi fermai di
colpo, con fratello Nicola che quasi mi venne addosso. Sollevai la mano e
feci segno verso il mare. Rimanemmo col fiato sospeso, in silenzio,
sperando che quella massa indistinta non fosse ciò che temevamo. Appariva
e scompariva, inghiottita dai banchi di nebbia, allargandosi man mano che
la distanza dalla costa diminuiva. Tornai di corsa alla torre e mi
arrampicai sulle pietre diroccate per avere un punto di osservazione più
elevato. Non ci volle molto a capire. Le prime vele già si stagliavano,
gonfie di vento, al centro dell’orizzonte.
- Saraceni, decine di
navi. Che il Signore abbia misericordia delle nostre anime. Dobbiamo
correre a dare l’allarme, suonare la campana, radunare i fratelli,
avvisare la guarnigione – cominciai farfugliare cercando conforto nelle
mani di fratello Nicola che mi veniva incontro bianco come un cencio.
- Dall’alto del
castello li avranno già visti, corriamo all’abbazia, non c’è tempo da
perdere. In poche ore saranno al porto.
Ci tenevamo per le
braccia e pur dicendoci che dovevamo fare in fretta, eravamo incapaci di
muoverci per lo stesso pensiero che ci passò per la testa in un attimo. I
fruscii, i rumori, le canne che avevamo visto agitarsi in fondo al
canalone. Erano già sbarcati, almeno l’avanguardia e, col terrore negli
occhi, ci comunicavamo la stessa paura: erano già all’abbazia.