Capitolo 16

Pietro racconta i suoi progressi in laboratorio

mentre Ezechiele, e tutta l’Abbazia, sono nelle mani dei briganti..

 

Il rischio che cominciasse a piovere mi faceva accelerare il passo. Ero ormai in vista della torre e, come convenuto, mi fermai ai margini della radura, al riparo di un grosso cespuglio di murtella. I fiori bianchi, peduncolati, con cinque petali e cinque sepali, si aprivano solitari all’ascella delle foglie. Nei giorni precedenti avevo cominciato a raccoglierne le foglie da diverse piante che crescevano spontanee ai margini del giardino grande mentre per i frutti avrei aspettato almeno la metà del mese di ottobre. La usavamo con parsimonia, dato che a dosi eccessive non è raro possa procurare fenomeni di avvelenamento. Dopo la raccolta si essicca rapidamente ed occorre conservarla in recipienti ben chiusi, al riparo dall’umidità. Come d’abitudine e senza che lo volessi, ripetevo mentalmente le proprietà della pianta in attesa di sentire il richiamo di fratello Nicola. Passarono pochi minuti ed un verso di gazza mi fece capire che era arrivato. Mi fiondai saltellando felice come un grillo sino a che non lo vidi farmi segno, con il dito sulle labbra, di non fare rumore. Scurii in volto ed arrivato alla sua altezza mi sentii afferrato per la tonaca e messo a sedere al riparo della torre.

-  Mentre venivo ho visto muoversi le canne e sentito strani rumori risalire dal fondo del canalone. Ci deve essere qualcuno, certo un grosso gruppo, che si muove nella vegetazione. Ho fatto molta attenzione a non farmi scoprire – disse sottovoce, con aria preoccupata.

- Appena uscito dal recinto anche a me è sembrato di avvertire movimenti, come di un animale che si muovesse furtivo tra le canne. Non sarà la solita volpe a caccia delle galline di fratello Aniceto? – dissi con tono scanzonato.

- Non può essere un solo animale, per giunta piccolo come una volpe, a muovere decine di canne contemporaneamente. Ho scrutato il mare ma la luce è ancora scarsa per scoprire se vi sono navi alla fonda ma, se così fosse, se qualche banda di saraceni fosse sbarcata, certo si sarebbero allertati i soldati e sentiremmo un gran fracasso. La cosa non mi piace, non è la prima volta che la città viene assaltata di sorpresa da bande di predoni. Stiamo al riparo mentre mi racconti le ultime notizie. Come sta fratello Ezechiele?

- Sempre peggio. Ormai esce solo di rado dalla pajara e continua a ripetermi di prepararmi a prendere pieno possesso del laboratorio. Ho il cuore a pezzi ma la sua serenità mi aiuta a tirare avanti. Mi ha raccomandato di dirti che ti saluta nel Signore e che tu avresti capito. Anche a me, a dire il vero, basta a capire. Lo vedo spegnersi giorno dopo giorno ed ho sempre paura di non trovarlo al ritorno dai miei giri di raccolta.

- Ci lascerà quando capirà che sei pronto.

- Giorni fa è passato Messer Pandolfo, con merce straordinaria preparata a Keramos. Mi ha portato dei fogli di carta particolarmente pregiati che vorrei far provare ai copisti e sto sperimentando un sistema nuovo di rifinitura delle pergamene che mi auguro dia buoni risultati.

Parlavo, raccontavo, ma vedevo il volto di fratello Nicola preoccupato, perso in qualche suo doloroso pensiero.

- Devo vederlo prima che ci lasci, voglio dargli il mio ultimo saluto. Lo capisci, per me è stato più di un padre, più di un fratello, più di un maestro. Con lui andrà via una parte importante della mia vita. Penso che sarebbe una consolazione anche per lui. Si è sempre ritenuto, ingiustamente, colpevole del mio allontanamento dalla comunità.

- Ma come pensi di fare? Non ce la farebbe mai ad arrivare fin qui ed è impensabile che tu possa entrare di nascosto nell’abbazia. Fratello Ezechiele, per primo, sarebbe contrario.

- Mi hai detto che si è sistemato nella pajara. Basterebbe che uscisse sull’uscio, io resterei al limite del passaggio e da li potrei vederlo e salutarlo. In questo modo non infrangerei il divieto di metter piede nell’abbazia.

- Non posso che dirti quello che avrebbe detto lui “sei sempre capace di trovare il modo di aggirare gli ostacoli, gli ostacoli!” – esclamai, cercando di imitare il tono di fratello Ezechiele.

Trovavo la soluzione proposta da fratello Nicola non particolarmente ingegnosa ma non potevo certo impedirgli di portarla a termine e, seppure controvoglia per paura dei probabili rimproveri di fratello Ezechiele, cercavo di rassegnarmi all’idea.

- Aspettiamo che faccia luce e che gli altri siano raccolti in chiesa per avvicinarci. Dimmi di più della carta e di quello che stai facendo in laboratorio.

- Sono andato avanti con gli inchiostri, migliorando la qualità dei colori. Ti ho detto dei problemi con il ferrogallico. Mi sono state mostrate pergamene, non molto vecchie,  quasi già bruciate. Ho letto che già Caio Plinio il Vecchio, nel 50 avanti Cristo, aveva affrontato la questione e attraverso un esperimento nel quale bagnava un papiro, precedentemente impregnato di una soluzione di tannini con l’aggiunta di sali di ferro, aveva mostrato di ottenere l'immediato annerimento del supporto, originariamente color crema. Per questo sono partito dalla formula del gallarum gummeosque commixtio di Marziano Capella. Ho fatto delle prove utilizzando l’aceto per rallentare la  precipitazione del preparato e miele per aumentare la brillantezza degli inchiostri e rallentarne l'asciugatura, ma i risultati non sono ancora attendibili. Continuo a pensare che sarebbe meglio lavorare sull’inchiostro di china anche perché mi sono imbattuto in una formula che prevede l’utilizzo di un misto di galle di quercia e di aleppo. Ho aumentato la quantità di resina d’acacia e ridotto i sali di cachantum.  Dovrei avere un composto più stabile ed anche più tempo per provare, quando, invece, sembra partita la corsa a chi scrive di più, visto che dallo scriptorium mi arrivano richieste sempre maggiori di neri e di azzurri. Pare sia prossimo il passaggio del cardinale Bessarione e tu sai bene quanto sia esigente in fatto di numero di copie prodotte. Continuo a pensare che faremmo bene ad insistere con la carta, le resine animali garantiscono una buona impermeabilizzazione e sono convinto che avremmo ottimi risultati se solo nello scriptorium si combattesse la convinzione che si tratti di un supporto inaffidabile, incapace di resistere al passare del tempo.

Magnificavo processi ed esperimenti anche con l’intento di stupire fratello Nicola. Ci tenevo sapesse dei progressi che facevo in laboratorio e che ormai ero io a gestire tutto, con l’aiuto di due novizi. A differenza delle altre volte, però, lo vedevo distratto, certo la salute di Ezechiele lo teneva in apprensione.

- Va bene, ho capito. Hai altri pensieri per la testa. Vediamo di muoverci per questa tua visita inaspettata. Ma ad un patto: entrerò da solo e chiederò il permesso di fratello Ezechiele prima di farti apparire. Potrai vederlo solo con la sua approvazione – dissi con fare deciso.

- Si, faremo come hai detto, mostri una saggezza ed una determinazione che non può che farmi piacere.

Lo guardai con dolcezza e, raccolte le bisacce che mi ero portato dietro, le riempii dei primi cespugli che mi vennero per le mani, come se rientrassi dal solito giro di raccolta. Fratello Nicola mi venne dietro mentre già mi avviavo per inoltrarmi nella macchia. Sollevai lo sguardo dalla parte del mare e rimasi a bocca aperta. La linea d’orizzonte aveva qualcosa di strano. Una striatura nera tagliava la foschia che cominciava a levarsi. Mi fermai di colpo, con fratello Nicola che quasi mi venne addosso. Sollevai la mano e feci segno verso il mare. Rimanemmo col fiato sospeso, in silenzio, sperando che quella massa indistinta non fosse ciò che temevamo. Appariva e scompariva, inghiottita dai banchi di nebbia, allargandosi man mano che la distanza dalla costa diminuiva. Tornai di corsa alla torre e mi arrampicai sulle pietre diroccate per avere un punto di osservazione più elevato. Non ci volle molto a capire. Le prime vele già si stagliavano, gonfie di vento, al centro dell’orizzonte.

- Saraceni, decine di navi. Che il Signore abbia misericordia delle nostre anime. Dobbiamo correre a dare l’allarme, suonare la campana, radunare i fratelli, avvisare la guarnigione – cominciai farfugliare cercando conforto nelle mani di fratello Nicola che mi veniva incontro bianco come un cencio.

- Dall’alto del castello li avranno già visti, corriamo all’abbazia, non c’è tempo da perdere. In poche ore saranno al porto.

Ci tenevamo per le braccia e pur dicendoci che dovevamo fare in fretta, eravamo incapaci di muoverci per lo stesso pensiero che ci passò per la testa in un attimo. I fruscii, i rumori, le canne che avevamo visto agitarsi in fondo al canalone. Erano già sbarcati, almeno l’avanguardia e, col terrore negli occhi, ci comunicavamo la stessa paura: erano già all’abbazia.